Lettera a un’ombra

978880619282GRAHéctor Abad ha scritto un romanzo, “L’oblio che saremo” (Einaudi, traduzione di Paola Tomasinelli, pagg. 259, euro 17,50), che è una lettera a un’ombra, un omaggio alla memoria e alla vita di un padre, tenendo insieme dolcezza bambina e spietatezza da uomo maturo. Abad è uno scrittore colombiano che ha molti legami con l’Italia, dopo diverse prove di ottima scrittura, anche esperimenti come “Scarti”(uscito da Bollati Boringhieri), ha preso coraggio e messo su carta la sua esperienza dolorosa, tristemente reale, ha fatto i conti con il suo complicato paese (la Colombia) e ci ha restituito la figura limpida, enorme, di un eroe omerico: Héctor Abad Gómez, medico, professore dell’Università, presidente del comitato dei diritti umani, è sua l’ombra alla quale è destinata la lettera, l’ombra di un padre dolcissimo, sognatore, ucciso per strada dagli squadroni della morte colombiani, a Medellín il 25 agosto del 1987. Prima, c’era stato il vuoto intorno a un uomo che aveva idee progressiste, soprattutto di civiltà, uguaglianze di diritti, istruzione e salute che ancora oggi nel paese non sono state raggiunte. Abad mette da parte ogni inibizione, ci appare un bambino/ragazzo felice, innamorato del padre e della sua figura di medico che gira il mondo, e non molla, talmente vero da sembrare inventato, un eroe borghese sudamericano, un incrocio tra Ambrosoli, Tobagi e Rostagno in Colombia. Lo scrittore cresce mentre il padre prova a vincere l’indifferenza di un paese arretrato, classista, ma non è un invasato, né un rivoluzionario di professione, Gómez sente le ingiustizie, fa della sua professione di medico una missione, non alza la voce, tira dritto per la sua strada, “cristiano in religione, marxista in economia, liberale in politica”. Il romanzo vive di contrasti e di una lingua scorrevolissima, la moglie di Gómez, madre dello scrittore, è una donna molto religiosa che viene da una famiglia di prelati ma la sua spiritualità e devozione non le impediscono di comprendere e appoggiare le ragioni del marito. Si alternano figure, episodi, che han formato Abad, di quando pensi che la vita sarà bella per sempre: almeno fino a che non muore Marta (storia nella storia, che da sola vale la lettura e il prezzo del libro), tutto ruota intorno al padre, al suo carisma gentile, alla ferma opposizione alla peggiore delle epidemie colombiane: la violenza. Non c’è ossessione ma passione. Il suo è un impegno di tolleranza, democrazia, che passa attraverso la medicina. Abad cresce in una famiglia meravigliosa, la sua linea d’ombra è la visita all’obitorio di El Pedregal, dopo molte richieste, la possibilità di assistere a una autopsia, è il battesimo con la realtà del suo paese (l’anticipo d’una atrocità che lo riguarderà da vicino), con le vene e il corpo aperto di un ragazzo prima, di una ragazza dopo, che gli mostrano la vita per quello che è alla fine, nella tragicità che appartiene a tutti: corpo stecchito, carne squarciata pronta a marcire. “La cronologia dell’infanzia non è fatta di linee ma di sussulti. La memoria è uno specchio rotto e opaco, o meglio, è fatta di conchiglie di ricordi senza tempo sparse su una spiaggia d’oblio”. In quel luogo gli anni sono uguali ma è l’assenza che governa, notte, che combacia perfetta con il nostro dolore: per ognuno una forma diversa. È un paese d’inverno, gelido, lontano, ostile, quello dove torniamo a cercare, prima o poi, il fondo delle nostre perdite. Questo libro è una mappa per quei luoghi, che risulterà utile a quelli che ci sono già stati e a quelli che ci dovranno andare. In fondo alla strada di tutti c’è un volto da riconoscere, un nome da ricordare, in petto: il canto in ricordo per chi se ne è andato.

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One thought on “Lettera a un’ombra

  1. […] ma qui ci interessano quelli che denunciarono, si opposero, c’è la storia emblematica raccontata da Héctor Abad in un grande libro. Escobar tirò giù un aereo di linea, assaltò il palazzo di Giustizia, cercando la sottomissione […]

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