Allenare stanca

Cover-Calcio-Totale-250x374 (1)«Hai paura torero?» Chiede Arrigo Sacchi, in un ascensore a Barcellona, prima di un incontro con l’Espanyol, quando allenava l’Atletico Madrid. Tutto il suo calcio e la sua vita stanno in quella domanda, perché Sacchi ha sempre vissuto il campo come se fosse una arena, e le squadre avversarie come tori, fino a farsi logorare, consumare e vincere, arrivando a smettere, di troppa tensione. In “Calcio totale” (Mondadori) scritto con Guido Conti, racconta tutte quelle arene e quei tori senza mediazioni, incontri e campionati con retroscena, partendo proprio dalla sua paura, dall’estraneità al calcio, che, poi, ha cambiato, diventando uno degli allenatori e teorici più importanti nella storia. C’è tutta la sua vicenda umana dalle fabbriche di scarpe di cui era socio il papà –  al quale, in ospedale, confiderà il segreto che dalla stagione successiva avrebbe lasciato il Parma per  Milan di Berlusconi –, dalle partite col Fusignano fino al Real Madrid; il suo Milan – tra le squadre più belle della storia del calcio –  e le partite col Rimini, fino alla finale di Coppa del Mondo a Usa ’94; dalla morte del fratello Gilberto – evento che lo convinse a lasciare la fabbrica per la panchina –  che ricorderà la notte del primo scudetto con il Milan, da solo, in salotto, in una scena da David Mamet, dove intimità e sogno di confondono. Tutta la sua ossessione figlia della rivoluzione tattica delle sue squadre, una continua ricerca dell’estetica e del gioco altro da quello del tempo presente, al punto di andare oltre anche l’immaginazione di uno come Gianni Brera che non comprese Sacchi e la sua travolgente forza, e che alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest scrisse: “Giochiamo contro i maestri del palleggio e del possesso palla, dobbiamo aspettarli e uccellarli con il contropiede”. Sacchi lesse quel pezzo ai suoi e Gullit rispose a nome della squadra: “No. Dobbiamo giocare come abbiam sempre fatto. Li attacchiamo dal primo all’ultimo minuto, fin quando abbiamo energia”. Così fecero, quattro a zero, e tanti saluti ad Hagi e ai palleggiatori di Brera. In molti scambiarono Sacchi per un equivoco, divise l’Italia e la critica, oggi si può rileggere e rivedere la sua rivoluzione, il suo gioco, e scoprire la sua umanità: da Alfredo Belletti il bibliotecario che gli fece leggere Pavese – allenare stanca –  fino ad Italo Allodi che per Sacchi fu determinante, che lo seguì, consigliò e portò alla primavera della Fiorentina. È una autobiografia sentimentale prima che calcistica, un lungo elenco di ritratti, c’è tanto Berlusconi a cui va il merito d’avergli creduto vedendolo battere il suo Milan – allenato da Nils Liedholm –, da Ancelotti voluto prima in squadra e poi in panchina, a un folto gruppo di fedeli collaboratori quasi un clan, dagli screzi con Van Basten e Baggio, fino a Maradona, e al Napoli che perse lo scudetto: Sacchi si accorse qualche tempo prima che potevano farcela, quando durante una partita di beneficenza a Venezia, nel post partita incontrò Maradona e Carnevale a cena, e con lui parlarono malissimo di Ottavio Bianchi – che allenava il Napoli – per i canoni sacchiani, quella mancanza di fiducia nell’allenatore era una crepa destinata a portare alla sconfitta, lui fermamente convinto della prevalenza del collettivo sulla singolarità, seppure del più grande calciatore di tutti i tempi: “Non ho mai visto tanta poca stima e tanto odio verso l’allenatore. Se non c’è etica e non c’è rispetto, se non ci sono autorevolezza e stima, una squadra va poco lontano”. Aveva ragione ancora una volta. Il suo Milan vinse al San Paolo e fu una resa incondizionata anche del pubblico che ricorda tributargli un lungo applauso. “Il calcio, nato come sport offensivo e di squadra, ha perso la sue caratteristiche originarie in una nazione come l’Italia, che non ama le novità ma è legata alla tradizione, al passato, alla nostalgia […] Il calcio in Italia non è mai stato considerato uno sport con regole ferree, e del merito ce ne freghiamo. Ai tifosi, alle società, ai giocatori, interessa solo vincere. Per me, fin dagli anni del Fusignano, non c’era vittoria senza merito”. Oltre le sue rivoluzioni, a Sacchi – che ripercorre le partite più importanti della sua carriera, ammettendo anche gli errori, ovvio non quelli che gli ascrivevano i giornali – va il riconoscimento di aver cercato sempre la vittoria senza mai dimenticare l’estetica del gioco. Ne viene fuori la figura di un grande italiano, un “provinciale”, come Giorgio Bocca e Federico Fellini, capace di scalare il Mondo senza perdere se stesso, con la stessa paura del torero, che, quella mattina a Barcellona, gli rispose: «Sì, ho paura».

[uscito su IL MATTINO]

 

 

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5 thoughts on “Allenare stanca

  1. […] al dopo, senza ansia ma con la voglia spiccia di incidere, di mettersi in pari col maestro Arrigo Sacchi, sovrapponendo schemi e lingua, possibilità e calciatori, alla ricerca dell’essenza del calcio. […]

  2. […] non mi ha regalato niente nessuno. Le mie promozioni le ho sempre sudate. I miei modelli sono: Arrigo Sacchi che ha cambiato il modo di fare calcio e Zeman, perché le sue squadre fanno calcio. È uno dei […]

  3. […] lingua di Pep, che però già guarda altrove. Iscrivendosi al club degli stressati, presieduto da Arrigo Sacchi che non dormiva prima delle partite e che non solo pensava a quelle da giocare ma anche a quelle […]

  4. […] fino a oggi. È un allenatore affascinante. Su Guardiola, per me è l’ultimo rivoluzionario dopo Arrigo Sacchi. Un Menotti 3.0. Ammiro Bielsa per il suo rigore etico, e Ancelotti per la sua saggia serenità. Di […]

  5. […] se ha modificato il lessico, rimane il migliore racconto del calcio italiano degli ultimi anni post-sacchiani, e la seconda narrazione della sua storia, claro, dopo quella maradoniana. Moderando […]

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