Armata a cavallo

downloadA differenza di Robert Walser che rinunciò a tuffarsi da un trampolino, e dopo aver esitato consigliò di «non essere troppo audaci», Fabrizio Coscia prova a scrivere un libro coraggioso e dispari – “Soli Eravamo” (Ad Est dell’Equatore) – che si muove sempre su tre livelli: la storia che racconta, quella storia filtrata dalla sua esperienza e una storia parallela che si annoda alle altre due, creando un percorso piacevole e insolito, portando a spasso il lettore tra letteratura, musica e pittura, con uno sfondo biografico dettagliatissimo. È un libro che fonde più generi, li scavalca, un po’ Sebaldesco – per la classificazione, la ricerca dell’ordine e delle connessioni e per le foto a supporto – e un po’ Busiano – per lo sguardo verso la propria biografia, usata come filtro per leggere. Ma è un tentativo di uscita dall’immobilità culturale italiana, fuori dalla fiction ci può essere una narrazione dei narratori, è una prova di virtù e conoscenza, un allestimento inconsueto: apparecchiare il mondo che lo ha segnato, riportarlo su pagina e provare a sezionarlo, coinvolgendo il lettore e coinvolgendosi nella narrazione. Ci vuole molto coraggio per tentare una operazione simile, e ci vuole tanto mondo alle spalle per disporre gli artisti come soldatini su un tavolo, ricreando battaglie e ripercorrendone biografie ed episodi. È un lavoro giocato tutto sui dettagli, provare a connettere scrittori e musicisti, dolori e ambizioni, fallimenti e glorie trovando una unione geometrica che diventa meraviglia agli occhi del lettore. Coscia scava nella grande letteratura, ricompone biografie dimenticate, senza mai cadere nel rimpianto, passa con una lievità da una storia all’altra, attraverso un disegno che da suo diventa nostro. È questo salto da lui a noi che segna la riuscita del progetto, ci obbliga a seguirlo in un blob di connessioni che dalla Russia di Tolstoj ci porta all’Alaska di Christopher McCandless – reso famoso dal film di Sean Penn “Into the wild” e prima dal romanzo di Jon Krakauer – passando da Rimbaud; che da una finestra di Joyce arriva a un quadro di Hopper; da Robert Walser ai Radiohead, da Flaubert a Borges, da Proust a James, da suo zio Piero a Bill Evans, dalla professoressa Caputi a Isaak Babel’, in un vortice continuo che porta a spasso il lettore, la sua immaginazione e le conseguenti connessioni personali che diventano il quarto livello: quello generato dal libro, cercato da Coscia. La sua è una ricerca di complicità, una chiamata di correità, costruita su quella che è una struttura di pensieri e sentimenti, conoscenze ed esempi, con una sincerità poetica, senza calcoli e nessun ammiccamento. Dice al lettore: sono questa cosa qua, vengo da questa gente qua, è quasi una autobiografia con coinvolgimento culturale. Per arrivare a Silvio D’Arzo ai suoi libri immaginati e non finiti, e ci mostra il suo percorso d’ambizione: «A tumblr_la0h1rox401qz6f9yo1_1280sedici anni ambivo a vincere il Nobel per la letteratura, benché non avessi scritto nulla, a parte una parodia di Sandokan […] A trent’anni mi sarei accontentato perfino del Premio Strega, e anche i miei progetti letterari si erano ridimensionati. Nelle biografie degli scrittori controllavo sempre l’età degli esordi, e di volta in volta mi confortavo o disperavo […] Oggi guardo al mio io di allora con tenerezza, e mi chiedo come abbia fatto a sostenere una tale dose sovrumana di ambizioni e aspettative. […] In fondo, fallire ci aiuta a crescere, a fissare dei limiti, a ridefinire le nostre gerarchie di valori […] saper sopravvivere con dignità allo svanire delle proprie ambizioni, senza trasformarci in malinconici buffoni, e scoprire che il fallimento stesso ci può rendere perfino più umani, e più disponibili alle infinite possibilità della vita». Come sia partito da Nobel per arrivare a un rigo scritto bene, che poi è il percorso di tutti gli scrittori che raggiungono la sincerità verso se stessi. E allo stesso tempo cerca la verità nelle vite degli altri, così passa in rassegna le lettere di Kafka prima a una bambola poi alle sue donne, gli ultimi momenti di Virginia Woolf e Cesare Pavese evidenziandone i particolari che sembrano involontari opponimenti ai loro gesti: degli stivali di gomma e una cialda; ci fa camminare con Walser e vivere le sue delusioni politiche. La sua è una prospettiva lunghissima, piena di flashback e controcampi, tutta lavorata intorno alle connessioni, e alla ricerca della bellezza che lo ha affascinato, facendone uno scrittore.

[uscito su IL MATTINO]

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