Estetica di Hegel, terzino

zOgni allenatore ha bisogno che la squadra sia sua, senta la sua voce, esegua i suoi ordini: moduli e schemi, che gli appartenga. Poi c’è Zeman il cui bisogno principale è che la squadra si fonda con lui, diventi una sola cosa con se stesso; questo è successo solo quattro volte e mezzo nella sua lunga carriera: Foggia, Roma, Lazio, Pescara e un po’ col Lecce. Il resto, sono stati tentativi di ricerca e identificazione non riusciti, per tempo, ambiente, uomini. Anche l’ultimo, quello col Cagliari, interrotto e poi ripreso, è andato male. Zeman si è dimesso, dopo essere ritornato – in mezzo: la parentesi Zola – aver provato a raddrizzare quello che non aveva mai preso a stare in piedi. Del suo Cagliari vanno salvate due partite: con l’Inter e il Napoli, nelle quali si è intravisto il corpo di Zeman, ma quando sembrava che potesse di nuovo apparecchiare pensieri, parole e soprattutto azioni sulle fasce, a Cagliari hanno pensato di non poter più aspettare. Le differenze antropologiche di Zeman con gli anni divenute difficoltà, lo hanno portato, sempre più, ad essere un altro pianeta per lingua e comportamenti prima ancora che per il suo calcio, che sarà sempre avanguardia, che poi è una dichiarazione di intenti rispetto al mondo: andare. In questi anni, ha dimostrato di avere un’altra visione geometrica del campo – ai contatori di titoli, consiglio di andare a vedere un suo allenamento, quando seziona il campo con le corde, sembra di assistere al Congresso di Vienna –; i suoi spazi, la conquista e la difesa di questi, sono puro Mondrian applicato al calcio; i suoi obiettivi sono sempre stati etici ed estetici prima ancora che numerici; la sua comparsa nel calcio italiano è paragonabile a quella di Lucio Battisti nella canzone (anzi, Zeman, la sua dialettica, ingloba anche Pasquale Panella, un allenatore capace di far giocare Hegel terzino). Ogni volta che smette, che il viaggio si interrompe, non solo il campionato italiano di calcio perde qualcosa, ma perde anche la città che lo ospitava prima ancora dei suoi calciatori. Sulla filosofia zemaniana si è molto scritto, si è scritto poco sul come si può identificare il suo calcio con una idea politica, fuori dagli schemi destra-sinistra – agendo il suo gioco su entrambe le fasce con la stessa velocità – ma dentro la dinamica di trasformazione del Calcio in Mercato, in totale assenza di ricerca, appare come l’altra via, non la terza ma la “Youth”, la giovinezza conradiana, non è un caso che la colonna vertebrale della Nazionale siano Verratti, Insigne e Immobile, presi ragazzi restituiti campioni. Il calcio di oggi è un male, solo la presenza di Zeman e di pochi altri lo rende sopportabile. Ma il suo vero miracolo, è stato di non monumentalizzarsi, di provare la provincia, le serie minori, costringendo chi ama il calcio a seguirlo in questa discesa. In molti, anche questa volta, diranno che è finita, per poi pentirsene davanti alla manifestazione di meraviglia attraverso le verticalizzazioni della sua prossima squadra. Tanto non si esce dalla propria natura, non si sfugge al proprio calcio, e se non ci sarà più nessuno disposto a farglielo praticare, a concedergli il sinistro beneficio del dubbio, la possibilità a tempo determinato di costruire una nuova squadra, vivremo di ricordi, potendo vantare di averlo visto recuperare partite perse, perdere partite vinte e non cercare mai il pareggio, solo per fede verso se stesso, lasciandosi martirizzare da chi non sa andare oltre vittoria e sconfitta.

 [uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Estetica di Hegel, terzino

  1. […] tra i piedi. È un bene per il calcio che torni a sedere in panchina, è come se a Francoforte tornasse ad insegnare filosofia Herbert Marcuse, a Cinecittà Ugo Tognazzi, nei teatri Giorgio Gaber. «Perché Zeman è più […]

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