La partita perduta

BQuella partita no, non fu un mattino del mondo, come diceva Georges Haldas delle grandi sfide, perché l’imprevisto al quale si aprì fu una tragedia. Chi aspettava un incontro di calcio, trovò la sera della fine. Si mossero a onde, come il mare, battendo e ribattendo, e invasero il settore Z, occuparono lo spazio e l’aria, volevano prendersi la curva, spinsero così forte che venne giù tutto e a chi guardava uscì il sangue dal naso. Erano gli hooligans, e l’Europa li scoprì nel peggiore dei modi, pagando col dolore italiano la sua ingenuità. Calarono con la velocità dei terremoti, la violenza dei campi di battaglia, l’indifferenza che ha il male quando governa le masse, precipitarono sulla normalità delle vite che consideravano il calcio una festa, e scoprirono che invece, no, non lo era più. Il viaggio che doveva portare a un successo sportivo divenne una tragedia. La gioia di 39 persone normali (32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese) si trasformò in un incubo. Tutto il carico di una grande partita si sciolse negli ultimi respiri di chi rimase per sempre a Bruxelles, allo stadio Heysel. Il 29 maggio del 1985, Juventus e Liverpool si giocavano il trono dell’Europa calcistica, e nessuno pensava che quella sera sarebbe cambiato il calcio, il modo di andare ai campi, la perdita dell’innocenza. Trent’anni dopo è ancora difficile capire come fu possibile che l’Uefa  avesse scelto uno stadio di cartone per una finale di Coppa dei Campioni, che ci fosse un numero esiguo di forze dell’ordine, e che il loro comportamento potesse essere così ottuso, cieco, impietoso. Che l’organizzazione fosse carente da ogni punto di vista. Che non ci fossero soccorsi adeguati e venisse meno la pietas. Tutto questo più seicento feriti fu l’Heysel, poi anche una partita di calcio, con un rigore procurato da Boniek e trasformato da Platini. Vinse la Juventus, in molti gioirono nella confusione delle mancate verità, alzarono la coppa e ci girarono il campo, dopo, con gli anni, e le immagini, arrivarono le scuse, cominciarono i pentimenti e la vergogna. Una via crucis che faceva prendere coscienza a tutti del dramma. Ma quella sera di maggio era carica di ordini e contrordini, basta vedere le immagini, sentire la voce di Bruno Pizzul che commentò con «tono il più neutro, impersonale e asettico possibile», leggere il ritardo di una ora e mezza sul fischio d’inizio, e l’assurdo comando di giocare come se niente fosse, come se non ci fossero morti, in un imperativo che aggiungeva assurdità al sangue, normalità a una situazione che non lo era, ordinarietà a una manifestazione che non aveva più nulla di sportivo, come scrisse nel sottopancia la tv austriaca mandando senza audio le immagini dell’incontro. Il Belgio per l’Italia è sempre stato lutto più che luce, prima speranza di lavoro poi morte. Nessuno pensava che dopo Marcinelle si potesse ancora piangere collettivamente da quelle parti, che si dovesse ancora pagare il pizzo alla morte. Ma esiste una geografia pure della sofferenza, con luoghi che hanno promontori di dolore e tunnel e pozzi e tombe sempre per gli stessi. E anche oggi che l’Heysel è stato storicizzato, che è diventato molti libri e persino un film – “Appuntamento a Liverpool” di Marco Tullio Giordana – rimane ancora intatta la ferita da sopruso subito, l’ingiustizia protratta negli anni e delle lievi condanne e per pochi, anche se l’esclusione delle squadre inglesi e l’altra tragedia – quella di Hillsborough – hanno portato la normalità nell’Inghilterra del calcio. Non ci sarà mai normalità, purtroppo nelle famiglie coinvolte nel lutto, le ha raccontare Francesco Caremani, in “Hey­sel, le verità di una strage annun­ciata” (Bradipolibri) partendo dalla storia di Roberto Loren­tini, un medico, che nonostante si fosse salvato dalla prima carica degli inglesi, tornò indie­tro per soc­cor­rere un bam­bino ferito: Andrea Casula (11 anni), e morì schiacciato dalla seconda carica degli hoo­li­gans men­tre era a terra e gli stava praticando la respi­ra­zione artificiale. Fu una sera senza pietà, si apparecchiò un intero stadio alla morte e poi si fece finta di niente. Si giocò una partita che pareva indifferente alla storia, ma la colpa maggiore era e resta dell’Uefa che in nome di una possibile guerra civile mando in campo le squadre come clown, nella speranza – poi vana – di soprassedere, lasciò trapelare il meno possibile quasi che si potessero nascondere le storie di chi era morto e trasformare i testimoni in fantasmi. Nel caos si scelse il peggio, bisognava pensare in fretta e si pensò male. Per tutti, valgono le parole di Michel Platini, che nel suo libro “Parliamo di calcio” ha raccontato il suo stato d’animo: «La morte di uno spettatore francese, un mio tifoso venuto a vedermi, mi ha ossessionato. Lui era il riassunto di tutti gli altri morti. Lui era per me, prima dell’Heysel, un tifoso come tanti che avevo conosciuto, quelli che mi parlavano, che mi chiedevano gli autografi e posavano con me nelle fotografie, ma all’Heysel era diventato il volto del dramma. Il volto della mia colpa, anche». Quei volti non si sono sbriciolati, grazie alla memoria ostinata di quelli che hanno compreso la tragedia, patito la perdita, ed hanno smesso di concepire il calcio come contrapposizione tra parti, scontro tra diversi ma l’hanno ricondotto alla semplicità del gioco.

[uscito su IL MATTINO]

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7 thoughts on “La partita perduta

  1. rodixidor ha detto:

    La scelta agghiacciante fu giocare la partita, le ragione addotte furono le solite: evitare il peggio, ma quella scelta stabilì una volta per tutto che una finale di calcio ha poco a che fare col gioco del pallone.

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