L’emiliano complicato

CACarlo Ancelotti è l’unico manager italiano esportato con successo dopo Romano Prodi, stesso idolo ciclistico: Gimondi, anche se Ancelotti per imitarlo è finito contro un camion, rompendosi un braccio. I due, hanno l’identica serenità davanti ai bilanci e alle partite, reagiscono con calma alle sconfitte e alle dimissioni, alle fiducie e alle finali di Champions, ai presidenti di squadra e di stato, alle elezioni e ai campionati. Sembrano buoni, per via delle linee tonde del viso, del sorriso sghembo, in realtà sono tenaci, creano governi e squadre: fragili ma perfetti. Ironia sorniona, capacità di adattamento non comune, distacco rispetto all’emotività degli ambienti, e una pazienza enorme. In più, Carlo Ancelotti è l’unico allenatore italiano che può stare tra Guardiola e Mourinho senza problemi, potendo vantare, persino, una provenienza aristocratica che manca agli altri due: è figlio di Nils Liedholm e Arrigo Sacchi, portando tutta la praticità della sua terra – l’Emilia, è di Reggiolo – in giro per l’Europa: ha vinto a Londra, Parigi e Madrid, dopo aver vinto a Milano. Adesso, forse, si riposerà in Canada. Partito scalzo, con sua madre a corrergli dietro è finito con i piedi sul velluto. In campo era già uno di quelli che si capiva avrebbe allenato, amministrava le teste prima ancora dei palloni, non a caso Liedholm diceva di lui che era un calciatore che non andava mai contromano, un giusto, all’interno del mondo che lo svedese aveva immaginato, e pure quando tutto ha preso ad andare veloce il doppio, rispetto a quel mondo, con Sacchi, Ancelotti non ha smesso di starci dentro, in mezzo, e poi è finito prima alla destra di uno dei padri e poi al suo posto. È andato oltre il dolore di Istanbul, riprendendosi quello che era giusto, e con una squadra meno forte, ad Atene, chiudendo in un cerchio da Liverpool a Liverpool: vittoria  e sconfitta; poi si è esportato, capitalizzando tutto quello che gli affidavano, legittimando giocatori e squadre, senza mai alzare la voce. È un uomo tranquillo, alla stregua di Del Bosque, che rassicura, invecchiando si è colorato come Ferguson, e si è messo in scia alla sua imponenza morale, ha preso a masticare tre lingue più la sua, senza mai dimenticare il dialetto di Rasöl. «Una partita di calcio resta una partita di calcio anche in capo al mondo, anche su Marte e sulla Luna. Io cerco di giocare sempre con semplicità come quando avevo la maglia del Reggiolo o quella del Parma. Resto un provinciale e non mi dispiace affatto». Ancelotti è andato oltre Giovanni Guareschi e la sua semplificazione dell’Emilia Romagna, è un emiliano complicato, come lo era Edmondo Berselli, si porta dietro il mare bianco e l’isola rossa e ancora non basta, tanto che la sua socialdemocrazia calcistica attinge a Valdemarsvik e Fusignano; in campo e in panchina, Carletto, è stato un elastico, la sua flessibilità gli ha permesso di vincere e prima ancora di non smarrirsi, mai. La sua rivoluzione è borghese e contemporanea e non ha nulla di sovietico, e nemmeno di operaio – per questo non ha funzionato a Torino con la Juventus –. Se c’è un paragone va fatto con le piastrelle, dopo che con Prodi, perché Ancelotti ha un ingrediente alchemico segreto, sarà la screziatura con lo zirconio, o la tagliatura, è un figlio dell’argilla – lo siam tutti, direte voi, almeno stando al racconto, eh sì, ma poi dipende dal fuoco –. Quella di Ancelotti è una strana evoluzione del modello emiliano, che dalle bandiere rosse del partito comunista arriva a quelle della Ferrari e poi diventano quelle rossonere di Berlusconi, degli anni milanesi prima di farsi esempio per i francesi, gli inglesi e gli spagnoli. Per questo la Décima al Real Madrid l’ha portata lui e non Mourinho, perché in Portogallo di argilla non ne cuoce. Rispetto al portoghese è meno dadaista, non ha personaggi da recitare e nemmeno nemici da esibire, ma appare molto più saggio e consapevole, la mette giù senza tante storie in conferenza stampa come in campo, e per ora la Champions a Madrid lo porta un gradino più su, con meno fascino per le copertine dei magazine femminili. Anche se le sue sopracciglia asincroniche gli donano il fascino delle ferite di spada. Anche se rispetto a Guardiola è meno figo, Ancelotti preferisce la coppa, quella del maiale – c’ha scherzato nel suo libro – e si vede, e se per caso è stato a dieta non era una sua scelta; ha il difetto di non aver fatto la rivoluzione ma di aver proseguito quella dei padri, anche se entrambi hanno parenti in Olanda. Forse è persino più tattico, anche se è un derivato e non un dispari nella teoria come lo spagnolo. Alla fine sono le Champions vinte da questi tre allenatori a raccontarci il calcio dell’ultimo decennio, il loro spostamento a decidere le annate, è da loro che passa il governo del pallone, in una linea latina che diventa invasione creativa, organizzazione di gioco e disposizione tattica al dominio dei campionati, che dall’Emilia attraversa la Catalogna e arriva al distretto di Setúbal. Il vero esperimento politico, l’esercizio di una leadership su larga scala di tifo e geografia, l’hanno fatto loro tre, con tre stampini angolosi diversi, che però portano allo stesso punto: l’unione europea, che si ottiene una sola volta all’anno, con l’assegnazione della vecchia Coppa Campioni.

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