L’ultima partita (a carte)

11391282_10205502559957187_7187000086777574687_nAndava a lezione da Renato Cesarini, a Barranca Belgrano, due ore di treno da Avellaneda, quando Buenos Aires era una cintura di frontiere temporali e mondi differenti; se non ci fosse stato da fare il militare sarebbe morto col Grande Torino; correva con Alfredo Di Stefano; finì a far segnare il vecchio Silvio Piola a Novara e a sposare Ornella la Miss della città, il resto lo sapete tutti: Bruno Pesaola era quello sempre col piede fuori dal campo – tra una generosità e l’altra – e la sigaretta nella mano destra. Figlio di un calzolaio maceratese, Gaetano, e di una casalinga, Inocencia Lema, de La Coruna, si definiva: «un napoletano nato all’estero». L’Italia era un giornale che si leggeva in casa, il resto immaginazione, una strada da fare tutta di corsa. Dribblò l’oceano, arrivando in una Roma (nel ’47) di macerie, che divise con l’argentino della Lazio: Flamini; poi Novara, infine Napoli – dove si sciolse fino a divenire parte della città – anche se smise con la maglia del Genoa. Ala veloce, capace di crossare con entrambi i piedi, professionista del dribbling, un Lavezzi in anticipo, un Garrincha senza il peso della malattia e con meno voglia di sperperarsi. Forse è stato più bravo come allenatore – partì dalla Scafatese – a prescindere dallo scudetto vinto con la Fiorentina (’68-69) e le coppe col Napoli (Italia e Alpi), il meglio l’ha dato quando è rimasto a un passo dalla vittoria, come il secondo posto col Napoli, impensabile prima di Maradona, e quando perse il titolo in Grecia: «Ero al Panathinaikos, siamo andati sul campo dell’Olympiakos con un punto di vantaggio, hanno vinto loro 2-1 mi pare, ma il ricordo più forte è che la mia panchina sembrava una bancarella di frutta, ero circondato dalle arance». Un bizzarro nella consuetudine, maestro da interpellare, pragmatico senza perdere fantasia, ad Altafini e Sivori dal terrazzo di casa sua spiegò che «Napoli è una vacca con tre tette, io mi prendo la più piccola». Carte, whisky, sigarette, era questo il suo attacco, rigorosamente a tre, con la notte a fare da regista due passi dietro, e il cappotto di cammello sulle spalle come portafortuna, colonna sonora di Peppino Gagliardi: “Come le viole”. Per anni un suo gol all’Inter ha fatto parte delle immagini che aprivano la “Domenica Sportiva”, quando contava come la copertina dell’album Panini. Portava a spasso la sua gloria nascondendola nel fumo delle troppe sigarette, rendendola contigua a tutti, una barriera facile da superare. Per Napoli è stato un profeta, prima che arrivasse Maradona. Ha avuto una vita lunga – se ne va a quasi 90 anni – riuscendo a non farsi mai marcare dalla vecchiaia, in una effimera partita di giovinezza.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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One thought on “L’ultima partita (a carte)

  1. […] alla sua vita da prima che marcasse Pelé o che vincesse campionati e coppe. È la generazione “Pesaola” che viveva il calcio con leggerezza – e non per questo con meno interesse dei manager di oggi […]

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