Il destino nelle mani

GbQuando Bettega gli rispose che «alla Juventus le occasioni con mancano», era appena finita la finale di Champions League del 2003, Gigi Buffon stava nei corridoi dell’Old Trafford a fumare e chiedersi ad alta voce: Quando cazzo mi ricapita una finale di Champions? Quelle parole del dirigente juventino non bastarono, cadde in depressione, lui che girava con la maglietta di Superman, ed era sempre stato spavaldo in campo fin dal suo esordio in A col Parma a diciassette anni. «Era come se la mia testa non fosse mia, ma di qualcun altro; come se fossi continuamente altrove». Anni dopo ammise la depressione e la ricerca di valori morali che sentiva di non avere mentre intorno costruiva un impero e ci scommetteva su. Buffon è un arcitaliano, oscilla tra la dolcezza del ragazzo mai cresciuto e una spavalderia da ardito fascista, parla spesso di rispetto e lealtà senza preoccuparsi del contesto, è ribelle e istintivo e spesso sembra di sentir parlare l’ultrà della Carrarese e non il grande portiere di Juventus e della Nazionale. A salvarlo è la sua volontà di ferro, da trincea, per questo nell’ultimo anno è riuscito a tirare fuori di nuovo il ragazzino che – sulla spiaggia dei Bagni Unione 1920 – con le mani legate dietro la schiena superava gli ostacoli facendo capriole sulla sabbia: «Quante craniate ho preso! Ma mi piace pensare che così ho vinto la paura di buttarmi, di tuffarmi a terra anche quando non c’è la neve ad attutire il colpo». È stato il migliore in campo contro il Barcellona, nello stadio che lo aveva visto alzare la Coppa del Mondo, ha tenuto in gara la sua squadra ed ha mostrato che ha ancora un orizzonte. La sua opposizione a Messi, Suarez, Neymar era tutto quello che rimaneva del miglior calcio italiano. Buffon spesso è stato accostato a Zoff – che lo ritiene il miglior portiere mai esistito anteponendolo anche a Lev Jašin – ; Jonathan Wilson, nel suo “Il portiere” scrive delle somiglianze stilistiche con Thomas N’Kono – portiere del Camerun –: istinto, dominio dell’area, intimidire gli attaccanti. Ed è curioso che N’Kono abbia giocato nell’Espanyol, la seconda squadra di Barcellona, in una trama che lega i due portieri, e comincia con i mondiali italiani del 1990, quando Buffon scopre alla tivù il camerunense. Poco tempo prima il padre, gli aveva chiesto: «Gigi, perché non ti metti a fare il portiere per un anno?» Non smetterà più. E se è vero che nessuno può salvare se stesso dall’avanzare dell’età come disse proprio Dino Zoff, è anche vero che contro il Barcellona e per tutta la durata di questa Champions League abbiamo visto un Buffon che è andato oltre il tempo, tanto che in molti parlano di Pallone d’Oro che già meritava nel 2006. Nemmeno i tre gol dei catalani hanno spento lo spirito combattivo di Gigi, che ha vinto molto ma ha anche perso molto. Anche quando cade, sotto il tiro di Neymar, e sembra consegnarsi alla immobilità perenne della memoria, tutti sappiamo che sta per rialzarsi, per ricominciare, forse perché i portieri proprio come i bambini, pensano sempre che tutto abbia un seguito.

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