Le cose ci sono, poi non ci sono più

roosvelt1Ci vuole del genio per rendere interessante la realtà, per questo Richard Ford ci riesce, per questo ha creato uno dei migliori personaggi della letteratura americana: Frank Bascombe, più che un alter ego, un’ombra che gli si allunga davanti, la sua parte scura o forse quella mediocre, ma di una mediocrità ammirevole, di una pavidità o prudenza che appartiene al tempo contemporaneo americano. È un gioco al ribasso per meglio guardare al tempo presente. Ford attraverso Bascombe il primo romanzo che lo vedeva protagonista “Sportswriter” è dell’1986, cui sono seguiti: “Il giorno dell’indipendenza” e “Lo stato delle cose” – ha fatto i conti con la vita quotidiana, con le onde del tempo che la attraversano, ci ha mostrato come si possa ripiegare con stile, resistere al lutto e al divorzio, al ridimensionamento dei sogni, e poi al vuoto. Ora, ha scritto il quarto romanzo – non si sa se ultimo – con la sua ombra: “Tutto potrebbe andare molto peggio” (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 215, euro 17), e, geometricamente, l’ha diviso in quattro parti con quattro vicende che vengono incrinate dal più grande degli stupori: il dolore, e dove tutto quello che un uomo onesto può fare è salvare i giorni che condivide con gli altri. Chi non ha letto i romanzi precedenti può considerare questo come prova per appassionarsi alla vita di Bascombe, e chi ha già letto le storie precedenti non aspettava altro. Tutto il suo fascino sta nel salto dalla scrittura alle case, dall’aver abbandonato il racconto dello sport e la costruzione del suo secondo romanzo e di essere diventato un agente immobiliare, senza perdere la capacità di scovare i segreti del mondo: «La gente mi rac­conta delle cose. Io ascolto, e ho una di quelle facce simpatiche, acco­mo­danti, profondamente inte­res­sate che mi hanno aiu­tato a fare una bella vita nel set­tore immo­bi­liare». È sopravvissuto a un cancro alla prostata, e alla perdita di un figlio, con gli altri due non è stato un buon padre – forse per un eccesso di concessioni –, ora è in pensione, legge Naipaul alla radio per i ciechi e partecipa a un programma e a una rivista che si occupa dei soldati che tornano dal fronte. Fa continuamente bilanci, ha una paura terribile di rompersi il femore, di essere tradito dal suo collo che gli lancia fitte, ed è ossessionato dalle rughe sui lobi delle orecchie che denunciano malattie cardiovascolari, almeno così gli ha detto un medico pakistano che considera un idiota. C’è il solito chirurgico Richard Ford, c’è il suo amore per il dettaglio e il suo sguardo. Intorno, invece, c’è un New Jersey scompigliato dall’uragano Sandy – “un agente di mutamento al di sopra della realtà” – che sembra aver smosso anche gli animi degli uomini e delle donne che Bascombe incontra: Arnie Urqu­hart – uno al quale ha venduto salatamente la sua casa sulla costa, ora distrutta proprio dall’uragano –; la signora Charlotte Pines che ritrova nel suo giardino perché un tempo abitava la casa di Haddam dove ora vive lui; la sua ex moglie Ann affetta da Parkinson e non per questo mitigata; e, infine, il suo vecchio amico morente Eddie Medley che riaffiora da una segreteria telefonica. Bascombe direbbe: “le cose ci sono, poi non ci sono più”. Il fatto è che mentre transitano: ci riguardano, segnano, e chiedono una partecipazione che col tempo si fa sempre meno entusiastica. Ford riesce a rendere ancora una volta il tempo che passa, trasformando Bascombe in testimone, in un ripiegamento che sposta la calamità a cui tutti guardano: dalla grande scala all’intimità.

[uscito su IL MATTINO]

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