Ibra

Zlatan«Appena la vita ristagna io voglio azione», dice Ibra, e il ristagno era Barcellona. Comincia così la sua biografia – Io, Ibra, Rizzoli,  389 pp., € 18,50, a quattro mani con David Lagercranz – con una critica enorme alla squadra più forte del mondo, al suo essere un collegio, non adatto ai ragazzi come lui. Per questo siam qua a scriverne, perché Ibrahimovic sta dalle parti di Best e Cantona, e ci va bene così. È la sua natura, e come siamo contrari agli zoo e ai circhi, così lo siamo a chi prova ad ammaestrare le persone. Ibra è Ibra, per questo non gioca più nel Barcellona, per questo a Milano se ne son fatti carico, perché se la vita non ristagna e lui si diverte, segna, e la squadra vince. La differenza tra lui e Messi sta nel chi accetta il collegio e chi no, e da qui si spiegano anche i fallimenti con la nazionale argentina del ragazzo che doveva essere Maradona. Nemmeno Ibra lo è, ma almeno non si è tenuto il Barcellona delle restrizioni. E con questo libro, rompe anche l’aura del politicamente corretto che circonda la squadra catalana, dicendo: voglio essere me stesso. E le differenze tra due mondi escono fuori quando dice: «Se Mourinho illumina una stanza, Guardiola è quello che abbassa le tende». No, proprio Ibra, il ragazzo che quando a Rosengård –«un sobborgo di Malmö che era pieno di somali, turchi, jugoslavi, polacchi e ogni genere di immigrati, più qualche svedese» – gli rubarono la bici, prese a rubarle agli altri, non poteva tenersi Guardiola, che lo aveva sacrificato su un lato e gli aveva messo obblighi come nemmeno la Svezia aveva fatto. Se la tua prima identità è ladro di biciclette per rimediare al furto della tua, difficile che poi da grande tu possa accettare il resto delle ingiustizie, seppure minori e di tattica. Non è questione di fare l’elogio di Franti, ma di salvare la diversità di chi viene da un ghetto di lusso, rispetto a Villa Fiorito o a certi campi africani, Rosengård è Ginevra, ma la famiglia di Ibra è uscita da un film di Kusturica, sgangherata e malconcia, con punte di sentimentalismo da sceneggiata ed episodi da Ken Loach in trasferta svedese, tutto serve a capire, e non a giustificare, il carattere di Ibrahimovic, che rubasse al supermercato o cadesse dal tetto dell’asilo, non c’erano premi o consolazioni, solo indifferenza, il tono era questo: «Muovi il culo e va’ a prendere il latte, stronzo», e allora se i tuoi sono separati, e ci soffri, stai zitto, e quello che conta sono un paio di Nike Air Max, che tuo padre (quando non beve) ti regala per farsi perdonare. E ci devi far stare tutto, tua sorella Sanela che si droga, la guerra in Jugoslavia e la nonna che muore sotto un bombardamento, tua madre che oltre le pulizie, frequenta le persone sbagliate e tiene cose che non dovrebbe. Arriva la polizia e scopri che la vita non è facile per nessuno a Rosengård, ma per te un po’ di più. Ibrahimovic è cresciuto così, per questo la sua dote maggiore è l’incoerenza. Non dovendo fare il primo ministro, ci sta tutta. Il ragazzino che sognava di avere la figurina di Maradona e che guardava a Bruce Lee e Muhammad Ali, alla fine è uscito dal ghetto, anche se il ghetto è rimasto in lui. Senza il calcio sarebbe un criminale, «Io e i miei amici del quartiere combinavamo parecchie cazzate». Ma per fortuna c’era il pallone, più economico dell’hockey. La fame sempre addosso e la rabbia per troppe cose che non sai spiegare, figuriamoci se ti tengono in panchina, quando entri fai otto gol, «già allora ero piuttosto discontinuo: ero capace di farne otto in una partita, e poi di andare totalmente fuori forma per settimane». Poi quando il padre capisce che Ibra non sarà mai un avvocato come desiderava, lo porta al Malmö, e tutto prende inizio, senza che il passato svanisca, il dolore scompaia. «Imparai una cosa importante in quegli anni: per essere rispettato, un ragazzo come me deve essere cinque volte meglio di tutti i Leffe Persson o come diavolo si chiamavano. Deve allenarsi dieci volte più duramente. Altrimenti non ha nemmeno una chance. Da nessuna parte! Specialmente se è un ladro di biciclette». Sul campo era solo, come nella vita. E tutto si spiega: dai gesti unici alle scomparse dal gioco, è l’altalena degli anni migliori, quelli tra casa e strada, tra pericoli e speranze, e ci vorrebbe un Dickens d’oggi per raccontarlo e spiegarlo a Guardiola e a quelli come lui. Sì, perché Ibra non aveva mai visto le camicie e nemmeno le felpe della Ralph Lauren, e anche se viveva in Svezia e si sentiva parte del paese, capì che veniva da un posto diverso, molto più lontano di quanto poteva sembrare. E nemmeno quando quella distanza la percorse mettendo le mani sul volante di una Mercedes Cabriolet, riuscì a colmarla. Forse nemmeno oggi c’è riuscito, nonostante Capello e Mourinho abbiano fatto di lui un uomo e un grande calciatore. Una ferita non la rimargini con i soldi, chiedete a Tyson, certo ora è diverso, molto più calmo, e con altri obiettivi. Ha la serenità di molti grandi gol alle spalle, una famiglia, la forza di trascinare le squadre dove gioca l’ha sempre avuta, anche se gli mancano ancora molte vittorie e riconoscimenti, a noi non importa se le raggiungerà o se si perderà sul fondo come a Barcellona, importa che sia uscito dalla fila senza perdere la sua natura.

[che torni o no in Italia, Ibra, mi è venuta voglia di pubblicare questo vecchio pezzo uscito su IL MATTINO quando fu pubblicata la sua biografia]

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8 thoughts on “Ibra

  1. […] i rischi di subire gol, e spezzando l’agonismo che il portoghese tende a creare – citofonare Ibrahimovich che lo ripete anche ai parcheggiatori –. E dopo l’estetizzante solita conferenza stampa dove […]

  2. […] qualche anno vedrete la sua faccia illuminarsi come quella di Totti per Zeman, Milito per Mourinho, Ibrahimovic per Capello, quando gli chiederanno di Sarri, perché è evidente lo scarto tra ieri e oggi. E non […]

  3. […] Scommette ancora una volta, su un ragazzino polacco, come aveva fatto prima con uno svedese (Zlatan Ibrahimović), vedendoci una linfa che ancora non ha trovato sfogo, provando a coltivarla, fino a farla uscire […]

  4. […] Scommette ancora una volta, su un ragazzino polacco, come aveva fatto prima con uno svedese (Zlatan Ibrahimović), vedendoci una linfa che ancora non ha trovato sfogo, provando a coltivarla, fino a farla uscire […]

  5. […] Scommette ancora una volta, su un ragazzino polacco, come aveva fatto prima con uno svedese (Zlatan Ibrahimović), vedendoci una linfa che ancora non ha trovato sfogo, provando a coltivarla, fino a farla uscire […]

  6. […] profitto di Don Winslow. I suoi incitamenti e la sua disciplina hanno fatto di Ibra un campione, basta leggere la sua biografia per capire che la riconoscenza ha vette da cerimoniali di corte giapp…. Prima di Ibra c’era stato Pavel Nedved, portato alla Lazio, spostato alla Juventus, come una […]

  7. […] Che spavaldo annuncia – non senza ridere né dimenticare che allena la Ternana –: “Ibrahimovic potrebbe avere difficoltà nella nostra squadra. Lui prende palla e gioca da solo, noi giochiamo a […]

  8. […] al passato. Più Barnum che Berlusconi & Galliani, più circo che pallone: ecco il ritorno di Zlatan Ibrahimović, che sarà anche più cattivo di quando otto anni fa lasciò la squadra, ma ha anche un mucchio di […]

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