5 luglio 1984

nL’immagine è questa: c’è Maradona che sale le scale del San Paolo, e davanti ha un mucchio di fotografi che scattano a ripetizione, e solo uno, io, dietro, che riprende quella immagine, e scatta l’inverso. Lui mette i piedi su quelle scale, dal buio verso la luce, il San Paolo lo partorisce e tutto comincia: Maradona prende una banda e ne fa una orchestra. Si comincia da una scala, non discesa da star ma ascesa da promessa, un ragazzo tutto riccioli che in tuta celeste, maglietta bianca e scarpe da ginnastica sta per palleggiare su un palco improvvisato, lo stadio è pieno e le persone sugli spalti sanno di vivere un momento fondante, percepiscono che loro, la città: di sopra e di sotto, le strade, i palazzi, le piazze, i quartieri, i vicoli, ogni singola pietra di Napoli e provincia, del Sud intero, sono a un momento di svolta, tutti si ricorderanno di quel giorno, in tanti inventeranno storie, in troppi si diranno amici e confidenti, io ho la foto, ero dietro di lui, per fermare l’istante prima di tutto. Il cominciamento. E anche lui, Diego Armando Maradona, sapeva di cominciare qualcosa di importante ma non così importante da farsi Storia. È timido, sorride, palleggia come fa da quando era piccolo, sta facendo per la prima volta a Napoli la foca con la palla, sarà costretto a rifare questo gioco tutta la vita, perfino da ammalato e da obeso, perché la gente lo sa che lo sa fare e lo chiede e lui che è legato ai sorrisi degli altri, lui che ama avere il consenso intorno non si è mai sottratto. Per bimbi e adulti: ha fatto la foca col pallone, sui campi, per strada, in tv, nei salotti, ovunque gli veniva chiesto, persino davanti a Raffaella Carrà. Ma quello che diventerà abitudine, allora biglietto da visita, era: guardate di cosa sono capace. Mezzo giro di campo, baci al pubblico che urla il suo nome (ancora non ha smesso e non smetterà) e poi un palleggio veloce, col pallone lanciato per aria, alla vivailparrocco: diceva Scopigno, come un calciatore qualunque, ma non era un difensore che spazzava, no, era il calciatore più forte della storia del calcio che spostava l’orizzonte napoletano, calciando il pallone verso il cielo, indicava le possibilità che ci sarebbero state, diceva: andiamo oltre, seguitemi. Era un gesto per fare, divenne un manifesto del fatto. Era una azione normale che Maradona trasformò in un rito. Poteva anche solo salutare: a loro sarebbe bastato, poteva anche solo camminare per il campo: a loro sarebbe bastato, poteva anche solo apparire: a loro sarebbe bastato. Invece, salì lento le scale, e salendo comprese quanto contava, in nessun altro posto al mondo avrebbe avuto quell’accoglienza, e lo capì sbucando sul campo, muovendosi a fatica tra fotografi, collaboratori della squadra e fortunati testimoni, perché la vicinanza divenne vanto, la contiguità denaro, l’amicizia privilegio. Mandando baci e camminando sentì il coro incessante che scandiva il suo nome, il calore che sarebbe divenuto oppressione. Ad avere occhi per guardare quel giorno c’era già tutto in quello stadio: le sue squadre, i suoi successi e anche i suoi problemi. Gli diedero il pallone e una sciarpa, lui tenne la seconda e dopo aver palleggiato col primo, ne fece un Gagarin dei desideri.

 

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3 thoughts on “5 luglio 1984

  1. michele pico palermo ha detto:

    In realtà i fotografi furono due. La foto più bella, non questa, la prese Luciano Ferrara.
    Eccola qui.

  2. michele pico palermo ha detto:

    Questa seconda foto ha rischiato l’oblio, per me è il paradigma del colpo di genio artistico.
    Fu proposta varie volte all’allora presidente, Corrado Ferlaino, ma non ci fu modo, mai, di trovare un accordo commerciale conveniente per entrambe le parti, finì dimenticata.
    Il provino impolverato fu scovato nel 2011 tra libri e cianfrusaglie nello studio di Luciano, che si decise finalmente a stamparne una serie.
    Una di queste è stata regalata a Diego durante la sua ultima visita in città.
    Per me quel piede sinistro a mezz’aria vale quanto l’incipit del giovane Holden.

  3. Questa foto riguarda un evento importante per il calcio a Napoli, si tratta dell’arrivo di Maradona e la sua prima apparizione allo Stadio San Paolo.

    Maradona, personaggio campione del calcio mondiale è universalmente conosciuto, ancora oggi girando per alcune strade si possono vedere immaginette attaccate ai muri o disegni che reggono al tempo a testimonianza di un glorioso momento per la città e a perenne memoria dei posteri.

    Ma per quale motivo il fotografo ha immortalato il lato B di Maradona; è arrivato troppo tardi? Ormai dall’altra parte non c’era più posto e ha dovuto accontentarsi di una delle ultime posizioni?

    Si tratta di una immagine maldestra, che tra le tante fu scartata e poi tutto a un tratto, a distanza di anni tirata fuori e ci viene riproposta?

    No, a lui non interessava la faccia di Maradona, quella foto sarebbe stata troppo ovvia, chi non conosce Maradona.

    Ecco spiegato il pensiero di Luciano Ferrara nel momento in cui ha deciso di posizionarsi alle spalle del campione e scattare la foto .

    IL POPOLO, quell’immagine bidimensionale è la vera rivoluzione del popolo di una città e non solo dei tifosi, la gioia rivoluzionaria di una intera popolazione che vive quell’evento come la rinascita di anni di sottomissioni sportive, la sospirata resurrezione e l’orgoglio e la certezza di poter urlare al mondo dello sport e non, “ adesso siamo noi i più forti”.

    Una gioia esplosiva, la conferma è l’espressione del tutore dell’ordine, là in alto al centro, quasi completamente coperto da braccia e macchine fotografiche, rassegnato, solo e impotente ad arginare la furia/contentezza dei fotografi, tutti sorridenti .

    Il procedere sicuro del campione in movimento su quella scala, il piede sinistro ancora alzato, sta salendo, ora arriva, è quasi arrivato e nessuno riuscirà ormai a fermarlo, il POPOLO aspetta.

    Questo è il vero senso oggettivo che ha guidato l’indice e l’occhio di Luciano Ferrara, una fotografia che non ti colpisce subito, ma guardata attentamente e da diverse angolazioni , in un solo attimo ti da il senso di quel magnifico momento magico.

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