Ghiggia, l’assassino dei giorni di festa

Più che un’ala destra, dribblomaniaca, era una lama, fin dal nome appuntito che suonava come derivato di scheggia e che pugnalò il Brasile a casa sua nel 1950. Per tutta la vita – come José Arcadio Buendía con Prudencio Aguilar in “Cent’anni di solitudine” – si è portato dietro quell’omicidio, triplice: la nazionale brasiliana, il suo stadio – il Maracanà – e il portiere di quella squadra: Moacir Barbosa. Alcides Edgardo Ghiggia legò il suo nome a un solo mondiale, quello del 1950, gli annodò la vita, e per questo l’ha sciolta nello stesso giorno – il 16 luglio – che lo vide trionfante a Rio de Janeiro, con la sua nazionale, l’Uruguay, sessantacinque anni dopo. In quel campionato del mondo segnò ad ogni partita, e in finale si fece, con Schiaffino, palindromo: prima crossando per il pareggio del compagno, poi ricambiato, segnando – con un diagonale che era un confine spazio temporale – il gol della vittoria, divenendo assassino dei giorni di festa brasiliani. Amava ripetere che solo altre due persone oltre lui erano state in grado di zittire il Maracanà: «Frank Sinatra e papa Giovanni Paolo II», disegnando una pala d’altare della supremazia. Tutto quello che fece dopo quella partita, che era una guerra lampo, un romanzo e una interruzione di un sogno, fu relativo e non eguagliante: venne a giocare in Italia – con Roma e Milan – e proprio con Schiaffino, si fece anche italiano di secondo passaporto e prima squadra con la Nazionale, in partite dimenticabili. Inseguito dalle maledizioni brasiliane sembrava aver paura di lasciare i campi, si ostinò a giocare fino ai quarantadue anni col Danubio FC, poi allenò il Peñarol – amava ripetere che per lui il pallone era una donna impossibile da lasciare. Quando smise con i campi scelse i tavoli da gioco, facendosi croupier e poi sistemando barattoli nel suo supermercato. In generale ha consumato il tempo a lucidare la leggenda che aveva creato, fino a quando la durezza della morte non l’ha aggiunto agli altri ventidue di quell’Uruguay, che lo avevano preceduto. Nemmeno il sette a uno tedesco ai danni del Brasile ha cancellato il suo gol, ancora vissuto come una Pearl Harbor pallonara. Diceva che un giorno così non si dimentica facilmente, per questo ha passato la vita a rivederlo e raccontarlo. L’ha portato in giro col ghigno, sotto baffi sottili, degli uomini che fanno la storia, come una coperta di Linus che copriva la possibilità di battere i più forti e lasciava al freddo dello stupore tutti i brasiliani, che, per una volta, videro spostare il carnevale da Rio a Montevideo.

[uscito su IL MATTINO]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

One thought on “Ghiggia, l’assassino dei giorni di festa

  1. […] dirne diversi, la faccio breve e in ordine sentimentale dico: Ghiggia, Schiaffino, Varela, gli eroi del ’50. Anche se Anita pianse per un mese. E poi vorrei […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: