Don Pallone

Gli hanno fatto una offerta che non poteva rifiutare. E così il presidente dimissionario della Fifa, Sepp Blatter, è finito sommerso dall’ossessione di una vita, in un selfie con la sua ideologia, perfetta sintesi: regnante-regno-ideali. Una pioggia di  banconote ha interrotto la conferenza stampa del suo definitivo ritiro, a lanciargliele è stato Simon Brodkin – per brevità diremo comico –, e mentre lo portavano via ha fatto in tempo a urlargli che erano un anticipo per i mondiali 2026 in Corea del Nord. L’irruzione dell’ironia di stampo cinematografico – in quanti film abbiam visto una pioggia di soldi? – su quel tavolo svizzero diveniva anche radiografia del mondo pallonaro che da Ginevra all’ultimo campo di periferia nel Montserrat risulta: corrotto, sporco, da ricostruire. Le banconote scendevano sulla testa di Don Pallone, coprivano la sua faccia attonita, la sua determinazione da capo, le sua parole e tutte le sue promesse, e non si poteva non riderne. Più dell’FBI, che aveva innescato l’inchiesta che vede coinvolta mezza Fifa, questa performance cancella le presidenze Blatter, il suo potere, i suoi anni, i suoi mondiali. Tutto quello che era immagine viene cancellato da una immagine, tutto quello che era finzione viene cancellato da una finzione (i soldi erano falsi), tutto quello che era compostezza viene sommerso da una risata. Un colpo di scena teatrale che porta alla luce la vera faccia di Blatter. Si butta alle spalle la finta ideologia sportiva dell’ex colonnello svizzero, capovolge il piatto e mostra il fondo dell’anima. Rende aspramente e d’un tratto le contraddizioni di una organizzazione che ha dimenticato i valori dello sport, che ne ha sovvertito le finalità. L’apparato di perbenismo, la superiore e rigorosa organizzazione che sovrintende al calcio e che è stata mangiata dal neocapitalismo, dopo questo gesto di gioco e disperazione civile, non può più mentire a se stessa. Più delle parole di Maradona e Cantona, le false banconote, pragmaticamente, hanno portato sotto gli occhi di tutti – anche di quelli che non vogliono vedere – la sintesi del calcio di oggi. Il circuito di consumo è apparso e si è ripreso l’uomo che lo aveva generato, il presidente che aveva inventato il sistema laurino su scala mondiale, creando un governo del calcio attraverso una sintonia rabdomantica con le piccole federazioni – priva di evoluzioni sportive e culturali – basata sul do ut des e volta alla reggenza infinita, quasi un papato, in un prosciugare fondi in cambio di voti, costruire eventi in cambio di potere, interrotto prima dalle manette e ora da un gesto Dada. La scena diventa pretesto e denuncia la vera parte dell’attore-dirigente Blatter. La sua riottosità cade, la sua potenza, la sua distanza dalla realtà, vengono disintegrate dall’immaginazione di Simon Brodkin. Il dominante è stato dominato. Le sue idee liofilizzate, la sua finta democrazia, prendono la giusta connotazione, trovano il giusto simbolo: quelle banconote che hanno mosso tutto. C’è una circolarità da romanzo in questa storia, una geometria da cinematografo, però questa volta nessuno ha potuto prendere i soldi e scappare, nessuno ha inseguito le banconote che piovevano, e sotto appariva un uomo attonito, imbarazzato, più solo di Michael Corleone alla fine del Padrino II, goffo, sconfitto e senza nemmeno una battuta shakespeariana da dire o una faccia hollywoodiana da mostrare.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Don Pallone

  1. […] di ribelle, tanto che proprio questo giochino gli costa la credibilità quando il suo gran nemico Joseph Blatter si rivela essere quello che lui aveva cantato e Manu Chao poi suonato: “para gritarle a la FIFA […]

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