Tra i gelati e le bandiere

Capace di sopravvivere ad ogni estate e rimanere sempre se stessa – un errore di saggezza turistica –, drammaticamente contemporanea. Per Marco Bauer, rampante giornalista nel romanzo di Pier Vittorio Tondelli “Rimini”, è una occasione da non perdere, per Federico Fellini era da ricostruire a Ostia, per Fabrizio De André una donna triste tradita da una promessa venuta dal mare, per Paolo Villaggio un istinto da reprimere come e più d’un romanzo russo, per Marco Pantani fu l’ultima salita: Sì, guardando a orecchio in fondo ai viali di Rimini si vede l’Alpe d’Huez, e, a volte, persino Shanghai, col vento che apre i portoni e tira giù le saracinesche di quelli che vogliono comprarsi la villa con piscina. L’impressione è che sia una apocalisse controllata, dove tutto si vive per poterlo raccontare il giorno dopo spalmandosi di creme, sistemandosi tra le righe orizzontali degli ombrelloni e quelle verticali degli stabilimenti: un grande cruciverba che vecchi e adolescenti completano fingendo di non conoscere che la soluzione. Conforme e trascinante, vertiginosa ed erotizzante, con pioggia o sole, Rimini, recita la sua parte: accoglie, dispone, ricostruisce e cuce, in una scansione settimanale di cuori e soli, sesso e meritato riposo, con le sue pensioni sempre uguali con ancora i nomi di donna e le cameriere in continuità politica con i desideri. Regala le opportunità di seduzione senza nessuna colpevole depravazione o sfruttamento. Certo, chiede a tutti un comportamento deviante, un supplemento di sé, in nome della contestualizzazione. Corrompe e infiamma, e poi per farsi perdonare ospita il meeting di Comunione e Liberazione, in un circuito esemplare che comprende tutto: peccato e assoluzione. Considera ognuno consenziente e quelli che no, hanno sempre una possibilità chimica di innamoramento o una prova d’errore suppletiva. Ha una ribellione individualistica che distribuisce sui bus di notte, che infila nelle piadine di giorno, e rilascia d’improvviso, senza caste né tutele, in una orizzontalità libertina che diventa elettrificante. Difficile rimanere indifferenti a quella che per alcuni è cattedrale e per altri è fabbrica, in una nevrosi intermittente di sole e luna, peccato e redenzione, che Tondelli ha reso, mischiando la serietà delle spiagge alla superficialità della corruzione, in un cocktail che già nel 1985 era la radiografia di un paese che mentre mastica carne pensa già a come chiedere perdono. E se abbiamo smesso di far scommesse su Teresa, figlia di droghieri, che perdeva gli amori in piazza, ora che i suoi occhi secchi si sono annegati di lacrime perché ha capito che non ripeterà lo stesso errore, tra i gelati e le bandiere del mare mosso. Seduta in spiaggia, si è lasciata invecchiare dalle maree e no, non sorride più per quelli che le dicono che aspettano di realizzare un sogno, e sono contenti quando le sconosciute li chiamano per nome. Più in là gli adolescenti che, esauriti gli espedienti comunicativi, fingendo di giocare, passano a studiare le furbizie dei bagnini: ormai figure giurassiche consumate dalle esse di ecstasy. Turnisti di una orchestra che gira e gira e suona solo d’amore, fino alla nausea, per poi farsi documento storico, da depositare nell’enorme sovietico registro del catasto dei corpi posseduti, di pelle avuta per poco, di guerre risolte in una notte, flirt brutali tra corse e rincorse, tatuaggi e pettinature inverosimili di cui vergognarsi con calma. Vestiti minimi per dichiarare guerra alla solitudine, bicipiti come biografie, conversazioni apparecchiatissime ai banconi occupati sempre dalle stesse birre, e nessuno mai percorso dal sospetto d’essere ridicolo. Perché è lì che si addensano gli anni migliori, quelli dei tentativi ciechi. Solo chi non si è arrampicato sui vetri del desiderio non è mai stato ridicolo, chi non ha mai fatto parte di questo campionario non potrà dire d’aver vissuto e nemmeno dirsi poeta, perché l’unico show al quale è obbligatorio partecipare, l’unica partita da disputare, è andare a Rimini a diciassette anni, a giocarsi l’esordio dilettantistico nella vita, senza nessun interesse preciso, colpendo a casaccio gli sguardi di tutte quelle/i che paiono starci. Sotto il vertice del desiderio la piramide sociale si sfalda, si finisce ad avere tutti un solo accento interpretando la canzone dell’estate, e ad avere gli stessi passi ballando il ritmo che comandano le casse dei dj, così affratellati, si realizza il sogno di Mameli e poi anche l’Europa unita. A Rimini la Germania non pone parametri ma li subisce, l’Inghilterra non si defila ma ubbidisce, e gli altri, tutti quanti, in fila, a cercare di capire le lealtà nelle occasionali camere da letto, rigorosamente separate, come insegna – sempre – Tondelli. Camere da letto dove ci si ritrova scristianizzati al punto giusto, alla ricerca di un cinismo che poi diverrà pure abitudine, nell’implacabilità d’essere occidentali. Perché l’unica vera propensione alla democrazia è il sesso per tutti, come dichiarava prima di Altiero Spinelli il vero padre dell’Europa tradita: Luciano Bianciardi; e Rimini, più di Bruxelles: unisce. Poi c’è anche il mare, tra una notte e l’altra, il tempo di vederlo al pomeriggio appena alzati o all’alba mezzi ubriachi quando ti va solo di ritrovare il letto, in un rilassato autocompiacimento dell’impresa compiuta, o della sconfitta subita. È un mare che serve solo a legittimare, a coprire, ma di cui, non importa a nessuno, una infrazione liquida tra un parco giochi e l’altro, tra una discoteca e l’altra, una immagine da usare come sfondo nella privatizzazione cannibalesca di un bacio. E cosa è se non un orizzonte dominato dal vociferio, coperto, che mai riesce a persuadere figuriamoci prevalere, è solo uno degli optional, nemmeno il più gradevole, da offrire. Però quel mare è testimone: a volergli chiedere conto delle facce e delle scollature, delle gambe sudaticce e delle milioni di persone che esplicitamente o meno, con grande o lieve ferocia, grande o lieve voluttà, con effetti ed esiti diversi, si sono immerse e quindi adeguate al contesto, lasciate battezzare, in un esercizio che se non è spirituale è sicuramente rituale. L’Adriatico ingoia la clandestinità che i corpi contengono, e che a noi appaiono solo nell’estetica di uno sguardo. Rimini si nutre di quelle clandestinità, allineando simmetricamente fantasmi e definizioni, vergogne e le opportunità, cedevolezza e conservatorismi, in un unico polpettone, in una grande coalizione ossimorica, che dal mare sale al cielo in attesa di farsi temporale, di consumare tutta l’estate in un unico scroscio che contenga i peccati di tutti, gli errori della collettività, l’eccitazione collettiva, consumando – in caduta – la stagione e gli impegni presi. Più di Gerico è pronta a ricevere la redenzione, del grande freddo, a farsi congelare sdraio e ombrelloni, e desertificare, fino a diventare chimerica. E quando il ciclista ha capito che non avrebbe più pedalato per strada; quando ha compreso che non si sarebbe più aggrappato al manubrio e non sarebbe più salito sui pedali gettando via i pesi in più, come se andare in bici fosse un volo in mongolfiera; quando si è reso conto che non aveva più la stessa compagnia delle foto sui giornali; quando ha sentito di aver perso il guizzo, di aver smarrito l’etichetta d’interesse, che ogni salita era una quaresima, ogni scelta un accigliato sacrificio letto al contrario e anche da lontano si vedeva che nessuno gli voleva più bene; allora oplà – sunt lacrimae rerum – è sceso, in un addio crepuscolare, nell’ombra di una stanza separata, a Rimini, d’inverno.

foto Marco Pesaresi

[uscito su IL MATTINO]

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7 thoughts on “Tra i gelati e le bandiere

  1. rodixidor ha detto:

    Esiste qualcosa di più depravato di un meeting di Comunione e Liberazione?

    • mexicanjournalist ha detto:

      come no, c’è il festival della letteratura di Mantova, c’è il festival del giornalismo a Perugia, c’è il festival del cinema di Roma, c’è Pordenonelegge, il Salone del libro a Torino – ovviamente non in quest’ordine –

      • rodixidor ha detto:

        Poca roba in confronto al meeting santificato da San Andreotti e San Giussani

      • mexicanjournalist ha detto:

        si vede che non hai mai letto Pietro Citati o Carofiglio,

      • rodixidor ha detto:

        Mai, lo confesso.

      • mexicanjournalist ha detto:

        Credo che Andreotti fosse sottosegretario allo Spettacolo e Turismo. Era giovane: doveva avere sui ventisei o ventisette anni.Avevamo indetto una riunione all’ANAC, l’Associazione Autori: dovevamo scrivere una certa lettera al ministero, cioè praticamente ad Andreotti, per spiegargli alcune cose e avanzare alcune richieste in base alle nuove leggi appena uscite. Eravamo una settantina di scrittori, di registi, di sceneggiatori, di intellettuali raffinatissimi, Flaiano, Fellini, Zavattini, Brancati… il meglio che c’era in Italia. Ognuno di noi aveva provato a dettare a una povera dattilografa non pagata una bozza della lettera.«Allorquando nel 1943 gli americani sbarcarono in Sicilia e il primo giro di manovella…». «Eh, ma “allorquando” non funziona…».Tutti fecero dei tentativi – ricordo benissimo Visconti – ma non si riusciva in nessun modo ad andare avanti. Nel frattempo arrivò Andreotti. Fu accolto tranquillamente e andò a sedersi dietro una grande scrivania. Dino Risi cominciava a sua volta a dettare.«Dai, Dino, detta tu che sei più…».«Vabbene, vabbene… Egregio Signor Sottosegretario, in base a quanto recita la legge 212…», ma si incagliò subito.Andreotti disse semplicemente: «Permettete?», e alzò un dito come a significare: «Detto io».Ci fu un grande silenzio, anche Risi si era voltato a guardare Andreotti.«Egregio Signor Sottosegretario allo Spettacolo,«addì 22 ottobre alle ore 17 e 40 la Commissione speciale degli Autori Cinematografici, riunitasi per trattare la legge 212, 215 e 218 che riguarda i soggetti tatata tatata tatata fatto visto sottoscritto… segue la lista delle firme dei settantadue partecipanti alla riunione. Firma». Si alzò, ringraziò tutti e se ne andò portandosi via la lettera che aveva scritto a se stesso.Perfetto.Noi settantadue siamo rimasti lì.
        […]
        Andreotti l’ho rivisto un’altra volta, qualche anno fa. All’ospedale dove lavora mio figlio, l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata. C’era già stato il Papa, c’erano già stati dei cardinali e dei monsignori importanti e adesso dovevano inaugurare un nuovo reparto e avevano invitato Andreotti. Siccome mio figlio lavora lì, andai anch’io, assieme a Sordi, invitato pure lui. Essendo Sordi grande amico di Andreotti eravamo riuniti in pochi attorno all’ufficio del direttore a chiacchierare sulla visita del Papa, di questo e di quell’altro.Sul più bello del discorso, Andreotti iniziò a divagare: «Scusate, ma io non vorrei fare troppo tardi… sono sempre pieno d’impegni, ieri sera ho dovuto andare da quella Spaak che mi ha fatto una di quelle solite interviste…».E io che gli stavo di fianco, dico: «Ma sa la figlia di chi è?».«No, per la verità non lo so? Ma credo che sia francese…».«No! No!» dico. «È belga. È la figlia del famoso sceneggiatore Charles Spaak, fratello del presidente del Consiglio dei ministri…».«Ah, adesso mi sovviene… questo non me lo ero ricordato… già, quando lui venne in Italia per presentare il tal film andammo insieme al Quirinale…».E abbandonò il Papa e i cardinali e tutto il Dermatopatico dell’Immacolata per cominciare a parlare solo di quell’episodio.Il cinema è sempre stato la sua grande passione. Io credo che lui sia stato il più grosso protagonista di questi quarant’anni di cinema: ha saputo destreggiarsi fra l’incudine e il martello, fra cardinali e Papi, fra il partito comunista e gli intellettuali atei, arrivando alla fine in qualche maniera a una forma di autoregolamentazione anche delle censure, perché in definitiva in quel periodo i film si sono fatti.

        è il racconto di Rodolfo Sonego tratto da “Il cervello di Alberto Sordi” di Tatti Sanguineti, Adelphi (ne ho scritto è sul blog)

      • rodixidor ha detto:

        Ti si legge sempre con molto interesse e simpatia. 🙂

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