Amore dal podio

Un fiume è sempre un racconto che fugge, e Simone Ruffini ha pensato di dargli un lieto fine. Ha vinto la medaglia d’oro nel fondo – 25 km di bracciate – ai mondiali di nuoto di Kazan, e, poi, una volta sul podio, ha apparecchiato sulla vittoria anche una proposta di matrimonio. Emergendo dalla fatica e dalle acque del fiume Kazanka, è uscito dalla zona “Momenti di gloria” ed è entrato in quella “dottor Živago”, esponendo un foglio con la scritta “Aurora mi vuoi sposare?” La ragazza – Aurora Ponselè – era in tribuna, anche lei nuotatrice, ha accennato un sì, e dopo aver unito le mani a forma di cuore, come insegnavano già i film negli anni ottanta, si è lanciata in corsa sotto al podio – questa volta niente tram, il soldato Lara è stato salvato dalla grammatica di “Stranamore”, no, non Kubrick ma il compianto Alberto Castagna, che batte Pasternak, anche se il russo aveva scritto: «vivere una vita non è attraversare un campo», e potremmo parafrasarlo per dire: vincere una medaglia d’oro non è facile come sposarsi oggi. Tutta questa storia potrebbe essere una canzone di Max Pezzali, “Amore dal podio”, con regole da declinare dal nuoto al corteggiamento, in realtà è l’amore cortese ai tempi di Facebook, Cielo d’Alcamo oggi. La rosa fresca aulentissima ha bisogno del giusto scenario, e l’ingenuo, tenero, amore ha la meglio sulla giornata estiva e la deriva politica. L’Italia si mostra ancora in grado di scavalcare il cinismo, e mettersi in mostra, facendo esclamare la nonna, la madre e la figlia: C’è ancora qualcuno capace di fare gesti simili! Amor che ratto s’apprende anche a bordo piscina, Amor condusse noi al matrimonio dopo la medaglia. E i russi, che uguale ai napoletani cantano tutto, sono andati giù di vodka e Puškin intonando: “Ya vas lyubil”. Seguono foto con vasche sullo sfondo, costumi colorati e baci. I due, entrambi marchigiani, hanno esportato la reliquia antropologica italiana: il matrimonio (testimone Alessandro Manzoni e la scuola italiana) e la sacralità, dell’amore che ha bisogno d’essere pubblico e condiviso, con una leggerezza che Ceronetti troverebbe apocalittica, e che a noi invece fa sorridere. Un tempo, per queste storie, avevamo la lirica, ora abbiam dislocato nelle piscine, anche perché i teatri son vuoti e né Puccini né Verdi hanno mai vinto alle Olimpiadi. Dio è morto, l’amore invece no, si reincarna di continuo, a volte in un film – mettendola giù lunga – “Love Actually” di Richard Curtis, a volte con la sintesi ungarettiana di un nuotatore italiano, più semplice di Pasquale Panella, e pragmatico come solo uno che viene da una maratona può essere.

[uscito su IL MATTINO]

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