Tartarughe abbracciate: 5, 1, 8,

L’enigmistica è l’intelligenza delle cose inanimate. Per capire come mai in estate prenda il sopravvento non basta dire che si ha più tempo per riflettere, ci vorrebbe qualcuno tipo August Ferdinand Möbius – che tutti ricorderete per il suo nastro, ah no? oppure il professor Sandro Bulmisti protagonista del romanzo “L’incontro” di Vincenzo Cerami, capace di nascondersi a matriosca: dentro a un enigma all’interno della sua rivista “I torni contano”, per mettere alla prova l’intera sua vita. Ci sono dentro Ettore Majorana, Federico Caffè, Paolo Adinolfi e molto altro, Cerami gioca con l’enigma, nel paese dei grandi enigmi fuori e dentro la “Settimana Enigmistica”. Perché a voler rileggere la nostra Storia ce ne sono di misteri crittografati, secretati, che non basterebbero tutte le estati della nostra vita, e nemmeno il Messi delle parole crociate – Stefano Bartezzaghi – sarebbe sufficiente per uscirne. E proprio a lui, al Bartezzaghi, bisognerebbe domandare come l’enigmistica riesca ad avvolgere tutto ma non tutti, in un inconscio che gira in tondo solo per alcuni, ad altri corre dritto e non vuole giocare. L’enigmistica ci dice che la nostra vita non solo è piena di sotterranei, di possibilità, di incroci, di letture palindrome ma soprattutto che è giocabile, talvolta anche di fino. Così, alcuni di noi cercano quei sotterranei, inseguono quelle altre risposte, quelle non avute, perché come scriveva Antonio Tabucchi: «a volte una sillaba può contenere l’universo», figuriamoci che ci può essere dietro sciarade, crittogrammi, crittografie, indovinelli, anagrammi, acrostici, antipodi, enigmi: tranquilli professori in vacanza, che siano monti o mare, c’è una sdraio e spesso un uomo che immagina quello che potrebbe esserci dietro una frase, mettiamo una crittografia mnemonica: “tartarughe abbracciate”, seguono tre cifre 5, 1, 8, la soluzione è: “lente a contatto”. È la base di tutto, lo spiega Cerami e lo sa Bartezzaghi. Tre parole di cinque, una e otto lettere. Oppure una crittografia sinonimica, un esempio facile, dovuto a Paolo Conte: “ossessione per i campi di concentramento”. Servono due frasi, la prima con due parole di cinque lettere e la seconda con una parola di due lettere e una di otto, la somma è sempre dieci: “lager mania, la Germania”. L’enigmistica è un modo per dirci che non siamo soli nemmeno quando siamo soli – questo molto prima di Jovanotti – e con un pensiero e un intento diversi, tipo cercare un indirizzo dietro un mestiere, incrociare parole ripassando definizioni, comporre e scomporre frasi per accorgersi che sì, un altro giorno è passato e domani ci sarà ancora un enigma da risolvere o inventare, quasi fosse un peccato da evitare o commettere: a scelta. Può persino diventare una questione borgesiana, capace di inghiottirci, lo riassume David Foster Wallace ne “La scopa del sistema”: «Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco». E in un gioco del genere cadde Italo Calvino, cervellotico e calcolatore, enigmatico e profondo, grande conoscitore di anagrammi e intrecci, giocando convinto di non esser visto, venne scoperto e scoprì a sua volta che il gioco che credeva involontario conteneva il suo carattere. La storia è raccontata in una lettera ad Elsa de’ Giorgi: «Mia cara, eccomi qui e ap­pena ar­ri­vato mi sono tro­vato di­fronte a un pic­colo ten­ta­tivo scanda­li­stico da parte dell’Espresso che spero d’aver fatto in tempo ad evi­tare. M’hanno man­dato la bozza dell’articolo per la manifestazione delle fiabe e alla fine dell’articolo, che è piut­to­sto lungo, ti­rano fuori la dedica a Rag­gio di sole e che a via Ve­neto la sera si discuteva su chi era Rag­gio di sole. Fu­rono sug­ge­riti molti nomi, ma sol­tanto a sera tarda, dopo molte di­scus­sioni, ad un tavolo di let­te­rati fu tro­vata la ri­spo­sta esatta: Elsa de’ Giorgi. Rag­gio di sole è in­fatti l’anagramma quasi esatto del tuo nome, manca solo la «e». Ho man­dato su­bito un telegramma lampo a Be­ne­detti raccoman­dan­domi alla sua cor­te­sia perché elimini la parte fi­nale. E ho te­le­fo­nato a Carlo (Caracciolo, ndr) per­ché telefo­nasse su­bito e si interessasse della cosa, ma­gari soltanto fa­cendo to­gliere il nome. Non so però se si è an­cora in tempo, o se il nu­mero è stato già stampato. Me lo sen­tivo che qual­cosa combinavamo. Spero soltanto che il man­darmi le bozze (per due giorni avevo inutil­mente dato loro la caccia per riu­scire a leg­gere l’articolo) sia stato fatto per vedere se pro­te­stavo. Sulla bozza il ti­tolo non c’è e anche que­sto po­trebbe es­sere uno scherzo di que­sto tipo. (Però, que­sta dell’anagramma è una sco­perta loro, a cui noi non ave­vamo mai pen­sato, e che corri­sponde alla ve­rità! E se disto­gliamo il pen­siero per un momento dalle implicazioni le­gali e giornalistiche è molto bello)». Il punto è che la verità delle cose a volte è facile da vedere e a volte – complice l’abitudine all’enigmistica – è difficile da scorgere, appunto, perché è mascherata dal gioco. E qua uno potrebbe rispondere ma conta o no quello che uno crede e di conseguenza quello che uno vede? L’Enigmistica è esercizio o constatazione? Ricerca o laboratorio? E se la verità appartenesse al doppio transito dello sguardo di lettura sulla stessa frase? In pratica se nei palindromi ci fosse il segreto del mondo? Lo sapeva Primo Levi quando scrive “Ettore evitava le madame lavative e rotte” o no? Troppo facile uscirsene con la vita è un rebus e poi voltare pagina. Piuttosto la vita va costruita e risolta, vanno indovinate le definizioni e uniti i punti, sciolti i nodi e risolti gli indovinelli, decifrati i rebus, e affrontati gli esercizi ardui e sofisticati che tutti conosciamo. Molto spesso è replica senza stupore, oppure sostanziale ricerca del metodo. Le pagine, i giornali, di enigmistica, sono proprio la vita vista da vicino, un tentativo di riprodurla in scala, per alcuni una mappa indecifrabile che porta alla rinuncia e all’attesa, per altri una impresa da compiere, con alla fine una probabile risposta o una beffa. Ma è solo nella ricerca dei riscontri, nell’ossessione della soluzione che sembra esserci una delle probabili strade. Siamo parte di un grande cruciverba e generiamo rebus, cerchiamo soluzioni mentre alimentiamo dubbi, un labirinto del pensiero. In questo ingranaggio si iscrive il romanzo di Vincenzo Cerami, scritto per compiacere il gioco enigmistico, lavorato sul codice del rebus, e capace di includere le varianti nascoste nelle parole, in una sequenza matematica che però contiene una imperfezione, quindi lasciando comunque al caso la possibilità di ottenere la soluzione o meno. Un difetto diviene bilancia, un sporgenza sentimentale si fa incrocio, perché il professore Bulmisti genera l’enigma per provare l’esistenza di un affetto, fabbrica una fuga per misurare il mondo che lo circonda, si nasconde per farsi vedere, per mostrare la sua vera biografia. È questo il grande regalo dell’Enigmistica: farci vedere quello che ci sta davanti e non viene colto, darci una nuova visione delle cose e attraverso le cose: noi. E lo fa con leggerezza, che solo i giochi hanno, dove si può conservare la perdita del tempo perché il tempo dei giochi è sempre infantile, mentre tutte le altre attività hanno una declinazione adulta. L’enigmistica è una giostra silenziosa, sulla quale sale solo chi è disposto a cadere, chi sa che potrà trasformare tutto il niente che c’è in un gioco, così chi non ha storia può darsene una e chi ne ha troppe: selezionare quella che tornerà utile.

[uscito su IL MATTINO]

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