Ultrà a New York

Green_street_hooligans_fightHouston abbiamo gli ultrà, e più di un problema. Ora che il calcio americano ha la sua prima vera rissa, l’esportazione è completa. Il progetto può finalmente dirsi concluso. Il fútbol ha messo radici nell’altra America, quella del nord. Il sospirato gene dell’irresponsabilità contenuto in ogni stadio di calcio che si rispetti: ha messo piede a New York. Non c’è Neil Armstrong a contarne l’avanzata ma una Armata Brancaleone che a torso nudo si affronta ed esplora la fede calcistica, provando a distribuire supremacy imitando gli hooligans. La scena ricorda quelle con Di Caprio e Day-Lewis in “Gangs of New York” di Scorsese: poco lontano dalla Penn Station e dal Red Bull Stadium dove si sarebbe giocato il derby newyorkese – tra i New York Red Bulls e i New York City –  fuori dal Bello’s pub (un posto dei Bulls) due schiere di uomini – mancano i colori sociali delle squadre – si affrontano a pugni, calci e cassonetti rivoltati. Da anni gli americani sperano che scoppi l’illusione del calcio, non riuscita nemmeno con i mondiali del 1994; è dai tempi dei Cosmos  – pensionando i campioni del calcio da Pelé a scendere fino a Chinaglia – che ci provano senza riuscirci. Hanno fatto molto più della Cina, eppure come per i debiti, i cinesi si son portati in vantaggio – anche se hanno dei problemi col racconto delle partite, modulandosi sul cinema underground di Mario Schifano: chi ha visto la Supercoppa sa di cosa parlo –. Gli americani hanno sottovalutato il calcio come ideologia, e non avendo letto Ernesto De Martino – che solo ora viene tradotto –, figuriamoci Renato Curcio, sono scoperti su i riti e gli scontri, e non possono quindi sapere che è negli stadi che si trasferisce il conflitto sociale con la caduta delle ideologie; su come mai gli altri sport non portino a una estremizzazione della passione ma a una esplicitazione dei valori, beh questo è il tema da affrontare all’università nei prossimi anni con i laureandi in sociologia. «Il baseball» – diceva Oliver Stone –  «è come l’America vorrebbe essere, il football è come l’America è» noi potremmo aggiungere il soccer è come l’America sarà. Che, poi, proprio ad un americano, al regista John Houston, si deve (ancora) il miglior film riuscito sul calcio: “Fuga per la vittoria” che mischiava calciatori e calciattori in una sorta di neorealismo calcistico con in porta Sylvester Stallone, a centrocampo Michael “Youth” Caine, davanti Pelé e Bobby Moore, sulla fascia Ardiles e in tribuna Max von Sydow. L’Italia può vantare il secondo miglior film sul calcio: “Ultimo minuto” di Pupi Avati, il resto – forse – verrà da Hollywood, come verranno anche i DeLillo e gli Hornby dell’american soccer, potete giurarci: le palline di baseball diventeranno i palloni di calcio, e magari a lanciare ci sarà Andrea Pirlo che nonostante non abbia ancora impresso il suo nome nelle pagine della storia americana ha già ampiamente distribuito il suo volto sui gadget, ed è stato preso in giro dai tifosi con Lampard: i due sono stati rappresentati come due vecchi col bastone, sintesi del City, visto come ospizio. In effetti il City, come un tempo i Cosmos, sembra un vecchio album della Panini con “il meglio di”, e tradisce la voglia di colmare il vuoto tattico e di talenti – in un secolo hanno prodotto solo Landon Donovan – dell’intera MLS (Major League Soccer) americana. Molto prima di questa rissa, una regista tedesca, Lexi Alexander, aveva previsto tutto questo – dati cause e pretesto, direbbe l’ultrà letterario Guccini – e girato un film: “Green Street” dove uno studente di Harvard viene cacciato dall’università, va a Londra, fa amicizia con il leader degli hooligans del West Ham e viene inghiottito da calcio e tifo: Lo “Yankee” insicuro scopre la bellezza dello scontro e della lotta di parte ma tornando negli Usa utilizza gli insegnamenti per avere giustizia. In poco meno di quarant’anni si passa da Pelé che in “Fuga per la vittoria” dice: «Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più che una partita» riassumendo tutto il senso di responsabilità americano che l’allenatore Houston aveva, a Elijah Wood che in “Green Street” apprende le regole del tifo: «Non puoi picchiare un uomo a terra», in un ondeggiamento nazional-caratteriale che sembra riflettere il dai e vai delle ginocchia di Elvis ma applicato agli scontri di strada. Gli americani non avevano bisogno di altri conflitti, e il calcio – grande collettore di scontri – rischia di far convergere tutta la corporeità indiavolata di un popolo bambino che non ha ancora posto il giusto confine alla sensatezza della violenza, se mai sensatezza ci può essere, infognandosi ancora di più tra arcaismo e modernità.

[uscito su IL MATTINO]

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