Pablo Escobar, maschera

Netflix un mese fa ha mandato in onda una nuova serie tv “Narcos” che raccontava la vita di Pablo Escobar. Ovviamente non c’è storia, la serie è imperdibile, per chi vuole saperne di più ne ha scritto Amleto De Silva – uno che fa la critica alle serie tv prima che queste divenissero parte del quotidiano occidentale –. Il narcotrafficante colombiano aveva un messaggio, un progetto e un linguaggio che i narcos messicani si sognano, ed ha fatto cose talmente impensabili da apparire come finzione, per questo era difficilissimo governare una serie su di lui, che arriva dopo un discreto film dove Escobar è interpretato da un grande Benicio Del Toro (che pare rincorrere tutte le icone delle Americhe). Nella serie di Netflix l’attore brasiliano Wagner Moura – che interpreta Pablo – non è da meno, anzi, in certi gesti lo sovrasta. La serie è stata accompagnata sia dagli elogi dei critici, sia dai dubbi della mitizzazione – un discorso che al ribasso si è fatto e si sta facendo anche in Italia per “Gomorra”(per nulla paragonabile alla bellezza di “Narcos”, ma è questione diversa). Prima della serie avevo visto un documentario, qualche anno fa, dove il figlio di Escobar raccontava il suo punto di vista –  “Sins of my father” – che si apre con una immagine diversa da quella che tutti conoscono della foto di Escobar sorridente e senza baffi mentre viene schedato, oppure quella bonaria e impomatata con i baffi, quella che suo figlio mostra è la foto della prima comunione del narcotrafficante – prima che lui cominci ad assediare la Colombia e che la Colombia cominci ad aver paura – è il ricordo più caro di suo figlio Juan Pablo, che ha cambiato il suo nome in Sebastián Marroquín ed ha anche cambiato paese dalla Colombia all’Argentina, perché è l’unica reliquia di purezza che ha di Escobar ante Escobar. Suo padre era impossibilitato a perdere, aveva così assolutizzato il suo potere da corrompere persino la realtà familiare nei giochi, imbrogliando a Monopoli con i suoi figli. Pablo Escobar era un bugiardo cronico, o un appartenente al realismo magico colombiano – tutti avete letto Gabriel Garcia Marquez – lui oltre ad inventarsi la compagnia “Fredonia Petroleum Company” – in Colombia non c’era il petrolio, creò un altro Macondo popolato da tutte le specie che gli piacevano alla “Hacienda Napoles”, importando in Sudamerica molte specie che non c’erano mai state, tra queste gli ippopotami che poi hanno creato non pochi danni, ma questo è niente. Il fatto che lui fosse andato a Disneyland diverse volte è una mia ossessione narrativa di come i mondi si incrociano. Escobar al pari di Walt Disney costruì un mondo parallelo ma di terrore, con un metodo simile all’americano: entrando nell’immaginazione degli altri, con la prepotenza. Costruì quartieri, ospedali e campi di calcio, il piano ne prevedeva uno per ogni quartiere povero, mescolando lo sporco della sua fortuna con la giustizia di dare ai poveri una speranza, fu una delle sue intuizioni migliori, scindere però le mire sul paese, il suo progetto di morte e una istanza di uguaglianza che pure gli apparteneva – venendo dal nulla – è impossibile. Escobar era l’uomo dai mille piani, dalle mille imprese, e dalla profonda conoscenza dell’intera Colombia, sapeva tutto di tutti, soldati e ufficiali, narcotrafficanti e politici, giornalisti e scrittori, sapeva tutto di tutti e ne approfittò per colpirli, corrompendo o peggio uccidendo senza nessuna esitazione, mai. Poi era capace di essere un grande padre – come si vede benissimo nella serie – e questo non deve apparire come una contraddizione perché Escobar considerava il suo lavoro “normale” al punto di tentare anche una scalata politica che fu arrestata tardi e male. Aveva “una formula magica per fare soldi” come dice suo figlio, e difendere quella formula costò una guerra: da Miami a Medellin. Pablo Escobar aveva grandi progetti che partivano da se stesso, coprivano i confini del suo paese, e tornavano a se stesso, mascherando dietro le ragioni da “Robin Hood paisa” una ascesa sociale che i soldi non bastavano a dargli, ma trattandosi di Escobar tutto è complicato. Voleva diventare presidente della Colombia, entrò al Congresso ma lì trovò Rodrigo Lara Bonilla, ministro della giustizia, che non fu soltanto l’opposizione al suo narcotraffico ma soprattutto al suo sogno di convertirsi in politico.  Se Bonilla fu chi gli uccise il sogno, Luis Carlos Galán fu quello che gli cambiò il paese che anni dopo gli si rivoltò contro. Entrambi morirono su suo ordine. La lista dei morti colombiana è enorme, incompleta, totalizzante, abbraccia ogni categoria, ma qui ci interessano quelli che denunciarono, si opposero, c’è la storia emblematica raccontata da Héctor Abad in un grande libro. Escobar tirò giù un aereo di linea, assaltò il palazzo di Giustizia, cercando la sottomissione del paese, poi cambiò strategia: fece modificare la costituzione, abolire l’estradizione che era l’unica cosa che temeva (finire in carcere negli Stati Uniti, dove sarebbe stato un emigrante forzato senza nessun privilegio). Abolita l’estradizione si costituì, accordo col governo e prigione – La Catedral – che scelse lui, che si era costruito con le sue regole. In pratica un periodo di tregua con molta ipocrisia, ma la Colombia era un paese stremato dalla violenza che pur di poter tornare a fare una passeggiata in una delle sue città era disposta a tutto e si tenne quelle condizioni. Escobar non è solo nell’immaginario collettivo mondiale per il male compiuto o come icona del narcotraffico, no, lo è anche perché fu capace di farsi arbitro della propria punizione rendendola lieve, rispetto a quella che realmente gli spettava, tramutandola in una messa in scena da romanzo, da fiction, sovrapponendosi e riscrivendo la realtà, e regalandosi unicità non solo come protagonista del male ma anche e soprattutto come scrittore del proprio destino – torna il realismo magico che apre anche la serie –, uscendone impunito e allo stesso tempo rinchiudendosi in carcere, nemmeno Pirandello ci sarebbe arrivato, nemmeno Kafka l’avrebbe immaginato, un capolavoro, prima che politico, di pensiero e se non di scrittura almeno di oralità e azione. Escobar è una maschera colombiana che incarna tutte le contraddizioni del paese, per questo sopravvive. A un certo punto della serie vedrete un ragazzino di diciassette anni: Juan Manuel Galán che durante la cerimonia funebre di suo padre chiede a César Gaviria di prendere il posto di suo padre alla guida della Colombia – cosa che accadrà –, è quello il momento in cui Pablo Escobar comincia a perdere – nella finzione e nella realtà –, in mezzo ci son un mucchio di altre cose, e sembra un dettaglio, ma quando “Los Pepes” una organizzazione paramilitare che faceva capo al cartello di Cali nemico di Escobar cominciò a perseguitare la sua famiglia, Gaviria marcò la differenza tra Stato e criminali, condannando sia Escobar che gli altri che lo perseguivano fuori dalla legge. È un dettaglio che sfugge, ma è un dettaglio fondante – al netto dei suoi errori di ingenuità – Gaviria confermò che la scelta del figlio di Galán di chiedergli – mentre seppellivano suo padre – di farsi guida era giusta. Ed io ho fatto tutto questo giro per dirvi che guardando “Narcos”, vedrete la maschera di Pablo Escobar, sarete percorsi dal fascino che emana, ma poi col passare del tempo e delle immagini, vedrete anche gli uomini che si opposero alla maschera e vi renderete conto che quei tre uomini politici – due uccisi, uno no – il loro esempio, quel farsi dettaglio: cadendo, sparendo, con la sola arma delle parole, sono la differenza enorme tra una serie sbagliata e una fatta bene, perché sentirete l’orgoglio dei loro gesti, noterete la bellezza enorme della giustizia senza secondi fini, e piangerete per il loro sacrificio che non è avvenuto invano. Nella finzione e nella realtà, o in quel meta-mondo che sono i pensieri delle persone, più vicino al realismo magico che alle altre due condizioni. Percepirete l’enorme dolore del paese e dopo andrete oltre quello che tutti temono ogni volta che si racconta il Male e il suo fascino, perché tutto dipende dal come. Si poteva fare meglio? Non lo so, quello che so che gli oppositori di Escobar, ne escono senza indulgenza, senza pietismo, senza l’agiografia tipica italiana, e tanto mi basta. Perché a un certo punto della serie ho sentito forte questo sentimento di gratitudine – che falla finzione andava alla Storia – verso quei due uomini che sapevano che sarebbero morti e non hanno smesso di cercare la giustizia, sapevano di essere nella verità e ci sono rimasti, coperti di piombo, sapevano di essere mezzi per arrivare a un fine lontano e no, non si sono tirati indietro. E quando Escobar da imperatore della Colombia si trasformò in belva braccata, con i suoi familiari usati come esche, tutti ebbero chiaro che anche un mito criminale poteva essere sconfitto, dopo anni di potere immenso, di controllo, dominio incontrollato. Finì sui tetti di Medellin, scalzo, con tre colpi. Ma la sua sconfitta maggiore è il comportamento gandhiano di suo figlio, la scelta di silenzio e richiesta di perdono verso le vittime di suo padre, un percorso a ritroso che cerca se non la cancellazione di quei crimini la pacificazione per averli commessi, in un paese che aveva fatto della violenza e della vendetta una caratteristica ereditaria. Il figlio di Escobar interrompe il rito della vendetta e si mette a cercare quello della pace reale, un progetto umanitario al singolare e ancora una volta le facce di Bonilla e Galán, la loro pulizia ricompaiono sui muri, e non ci saranno magliette o canzoni o movimenti neoescobariani che basteranno a coprirle. Perché il loro sacrificio sta in cima ma non è distaccato da quello di poliziotti e militari, giornalisti e singoli cittadini innocenti che persero la vita perché erano di intralcio al progetto di Pablo Escobar o anche solo perché furono nel momento sbagliato nei posti dove il narcotrafficante aveva deciso di intervenire. Se la Colombia non è diventata una narco-democrazia lo si deve a loro, e questo si vede in “Narcos”. E il fatto che il figlio di Pablo Escobar abbia chiesto scusa pubblicamente ai figli delle vittime di suo padre è l’evidente incontrovertibile vittoria della giustizia, la stessa che, nella sua emanazione intellettuale, permette che ci siano serie tv. È la supremazia del Bene e in “Narcos” si vede tutta senza nessun ricorso a mezzucci, ma proprio perché anche i poliziotti della DEA apparentemente “i buoni” devono sporcarsi per poter sconfiggere il Male.

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7 thoughts on “Pablo Escobar, maschera

  1. guido piccoli ha detto:

    Mi fa piacere leggere un commento intelligente e ben scritto su una storia che conosco bene (vivevo a Bogotà in quegli anni, su don Pablo ho scritto due libri, il secondo per Feltrinelli, uno sceneggiato radiofonico, centinaia di articoli e adesso una graphic-novel per un editore francese…). Non concordo con il giudizio sul terzo “eroe” (sui primi, si)… ma non importa. Così come sulla vittoria del “bene”. Diciamo che è stato ucciso un anomalo (e unico nella storia universale) protagonista del “male” che poi dai presunti protagonisti del “bene” non si differenzia poi molto. Semmai è stato utile, per distribuire soldi e per attribuirsi, o meglio farsi attribuire, colpe non sue o non solo sue… ma il discorso sarebbe lungo… Comunque complimenti. E anche alla serie che vedrò

    • mexicanjournalist ha detto:

      intanto grazie, mi fa moltissimo piacere il tuo commento, perché ho letto i tuoi libri; Gaviria lo salvo nonostante il resto perché aveva “almeno” il linguaggio differente da quella che allora era la complicatissima situazione colombiana – che tu conosci meglio di me -. e se vedi manca la sua foto, un motivo c’è. L’ho fatta breve parlando dei molteplici piani di Escobar, grazie per l’attenzione.

  2. Bruno Arpaia ha detto:

    La sto vedendo, Marco. Ma qui ti posto un altro punto di vista, quello del messicano Jorge Volpi http://www.elboomeran.com/blog-post/12/16506/jorge-volpi/narco-para-principiantes/ (non ho più la mail di Guido Piccoli: me la mandate?)

    • mexicanjournalist ha detto:

      ho letto Jorge Volpi (grazie, grazie), per me è troppo severo, sulla didascalia della prima parte dimentica il tempo che ci separa da Escobar e dimentica che le generazioni google tendono a cancellare prima che a stratificare; poi, a me – a differenza sua – l’irruzione/interazione della fiction con la realtà (passata o presente) piace: gli agenti DEA, poi claro che è fatta per un mercato occidentale, direi, più che solo statunitense; ma c’è un equilibro anche forzato che ti fa vedere le cose, poi sta allo spettatore cercarsi la narrativa, i doc-verità, e il resto; infine proprio come Piccoli ci può testimoniare, Escobar – prima che maschera colombiana come l’avevo definito io – è icona, personaggio, romanzo, e compagniabella ed è ovvio che ognuno ci veda più ombre o più luce di altri, ed era anche un uomo dai mille livelli: proprio nel pezzo dico che è difficile separare la sua voglia di riscatto e di estensione di questo agli altri come lui, da tutto il male compiuto per averlo, male compiuto con una normalità disturbante; l’ho fatta breve ma se ne può discutere a lungo,

  3. […] Neymar da Silva Santos Senior oscilla tra le ossessioni di Leopold Mozart e la lungimiranza di Richard Williams. È un padre tiranno, come gli altri due, sono dei genitori che hanno visto la luce, quella che illuminava i loro figli: nell’ordine Neymar da Silva Santos Júnior, Wolfgang Amadeus Mozart, Venus e Serena Williams. Un pallone, un clavicembalo e due racchette sono bastate per sistemare quello che loro avevano lasciato in disordine, per trovare finalmente la vetta, sportiva e soprattutto economica. La gloria intramontabile di Mozart e i trofei delle Williams vengono superati – se tutto andrà come sembra – dalla montagna di denari sopra la quale si siederà Neymar jr grazie alle manovre raiolesche di Neymar sr: 600 milioni di euro (222 il costo del cartellino, 300 del contratto da testimonial del mondiale in Qatar e 100 di bonus) e dei 300 e passa milioni che nei prossimi 5 anni incasserà la famiglia Neymar, 40 sono per il papà, che realizza un sogno cominciato molto tempo prima e che da un parcheggio polveroso passa a una autofficina saltando su campetti assolati. Perché Neymar sr era un calciatore mediocre, che si arrangiava come parcheggiatore e poi meccanico, fino a che non ha capitalizzato la sua passione, investendo sul figlio. Che ha bruciato le tappe, a 14 anni già portava a casa il primo milione che il padre investiva in un fortino per playstation a Vila Belmiro. Per Neymar sr il figlio è l’impresa, e le imprese del figlio sono il profitto, il tutto in assenza di lavoro, condizione che farebbe impazzire il centrocampista metodista – pure troppo – Karl Marx; dal canto suo il Neymar padre, che somiglia a uno Chilavert da ring, a queste obiezioni risponderebbe come uno di Wall Street: «Junior finché è qui in casa è mio figlio, quando è fuori è il mio modo di guadagnarmi la vita. Non ci vedo niente di strano. È la nostra impresa, io e sua madre siamo i presidenti». La socia Nadine Santos che tra le mura è madre e fuori è presidente, è quella che all’inizio c’ha messo il capitale, perché Neymar sr c’aveva già messo l’immaginazione, che, a conoscere il campo di partenza, Mogi das Cruces, lo mette alla pari con Steven Spielberg di “ET”. Il suo marziano è nero, però, «el preto», dice sorridendo. E lui è il suo agente ingombrante, che a stare alle dichiarazioni dell’ex presidente del Santos Luis Alvaro da Oliveira Ribeiro, «è un bugiardo che pensa solo ai soldi». E ci mette il carico: «Aveva preteso una clausola con cui il club avrebbe dovuto pagare i biglietti in prima classe per lui, e in seconda per i suoi assistenti, per andare a vedere Neymar quando giocava in trasferta, non importava che si trattasse del Brasile o del torneo paulista. Guadagnava 1,3 milioni di dollari al mese, aveva uno yacht di 70 piedi, e due case sulla costa di San Paolo». Altri aggiungono che non pagava nemmeno i caffè, mentre continua a giocare di continuo alla playstation, un personaggio che oscilla tra Molière e i coatti dei fratelli Vanzina. Nel passaggio al Barcellona dei 57 milioni dichiarati pare che ci fosse una differenza in nero – che andava all’azienda di famiglia – con la vera cifra di 95 milioni, più una orgia londinese che spettava al padre del calciatore. Il profano. Mentre il sacro è appannaggio di Nadine, la madre, e Rafaela, la sorella, che mentre preparano uno dei quattro pasti giornalieri, nelle loro enormi cucine, hanno pensieri alti: «È Dio che ci ha dato questo figlio, prima di ogni partita lo chiamo e preghiamo insieme a lungo». Aspettando che anche Neymar sr si sanpaolizzi, intanto risolve problemi e pone condizioni, risolse come se fosse una pratica immobiliare anche quella di suo nipote: «Quando mi ha detto che stava per avere un figlio mi sono arrabbiato moltissimo. Non era il momento, è stata una stupidaggine».  La ragazza aveva 16 anni, è stata indennizzata e contrattualizzata con obbligo di silenzio e allegria, può sorridere e dire bene dell’impresa Neymar che è passata come una compagnia bananiera, arricchendola un po’. Neymar jr studia da Pelé, inseguendo Ayrton Senna, ma del primo non ha ancora nemmeno scalfito l’ombra – seppure lontana nel tempo – e del secondo non ha la classe. Suo padre l’ha ridotto a un manichino, che fra poco avrà anche lo sponsor per i respiri. Si diventa idoli a prescindere di quello che si indossa, nel caso di Neymar l’estetica distrugge l’etica: alla fine chi lo vede giocare conta le griffe non i gol, conta i soldi che gli cadono nei vari conti correnti non i colpi di tacco, conta la fortuna non l’epica. Tra i due il personaggio è il padre con la sua fame atavica che racconta il paese-continente che ha prodotto entrambi: c’è più romanzo nell’incontentabilità da Goldman Sachs dell’azienda familiare che nei titoli che il calciatore dovrebbe vincere. Se fa più rumore un tuo taglio di capelli di un tuo gol, sei uno da passerella non da campo, anche se tuo padre è felice perché ha più soldi di Pablo Escobar. […]

  4. Guido Piccoli ha detto:

    Ciao Marco,
    Trovandomi in treno, pulendo il Mac… ho ritrovato un tuo bell’articolo del 21 settembre 2015 dal titolo “Pablo Escobar, maschera”…
    Me ne sto ancora occupando perché, come saprai, è uscito da qualche mese in Francia con Dargaud, in Italia con Mondadori-Astorina (e in vari altri paesi) il mio “Escobar” graphic-novel disegnata da Giuseppe Palumbo, di cui ti chiedo un parere e magari una recensione…
    Proprio perché condivido e apprezzo la profondità del tuo approccio anche a questo tema e personaggio, dialogo con te sul quell’articolo… Ci sono tre cose con cui non concordo…
    La prima sta nell’affermazione “Escobar… assaltò il palazzo di Giustizia”. Come sai fu l’M-19 e non è mai stato provato un accordo tra i guerriglieri e Escobar… frutto di pura speculazione giornalistica.
    La seconda riguarda i “Pepes” che tu sostieni essere “una organizzazione paramilitare che faceva capo al cartello di Cali nemico di Escobar”… Credo che la storia abbia dimostrato ampiamente che invece furono creati, oltre che composti, in misura più o meno palese, da tutti i nemici di Escobar, nessuno escluso (dallo Stato –o alcuni suoi settori, è successo in Italia, figuriamoci in Colombia- fino agli Usa, passando per i paramilitari veri e propri e naturalmente quelli di Cali e gli ex di Medellín)…
    Ma l’affermazione su cui dubito a ragione di più è quella che si dà più per scontata: cioè quella che Escobar abbia fatto fuori, dopo Lara Bonilla (su cui ho pochi dubbi), anche Luis Carlos Galán: “se Bonilla fu chi gli uccise il sogno, Luis Carlos Galán fu quello che gli cambiò il paese che anni dopo gli si rivoltò contro. Entrambi morirono su suo ordine”.
    Non ho prove, ma solo un ragionamento talmente banale da essere però inconfutabile e da rendere incredibile come solo pochissimi, anche in Colombia (per paura o pigrizia?), non ci siano arrivati.
    Parto da questo titolo del “Tiempo”, del 24 de noviembre de 2016
    quindi del giornale più autorevole e del… potere politico-economico: “Me están matando en vida’: Maza Márquez al conocer condena a 30 años… La Corte Suprema concluyó que fue ficha clave en el magnicidio de Luis Carlos Galán”. Ma su Google puoi trovarne a centinaia di articoli che parlano di Maza.
    Ebbene… Non abbiamo bisogno di indagini o riflessioni particolari.
    Chi era ed è sempre stato il nemico n.1 di Escobar? !l generale Maza Márquez.
    E allora è immaginabile che i due nemici a morte siano stati in combutta per ammazzare Luis Carlos Galán? Penso che nemmeno in una fiction di fantascienza si potrebbe arrivare a tanto.
    Quindi… lascio a te la conclusione.
    Credo che Escobar volesse la morte di Luis Carlos Galán (mentre ho sempre dubitato su quelle di Pizarro e Jaramillo… eppue anche a lui sono state spesso attribuite)… ma lo Stato, nella persona di Maza Márquez c’è arrivato probabilmente prima.
    Poi, prove o elementi per affermarlo con certezza non ne ho (si potrebbe mai immaginare una persecuzione dello Stato contro il generale e perché?)… per dubitarlo si.
    Con questo ti saluto sperando un giorno di incontrarti.
    Guido

    • mexicanjournalist ha detto:

      ciao Guido, so del tuo Escobar che leggerò presto, come so degli scenari molteplici rispetto alla storia colombiana – in particolare gli anni escobariani – avrai sicuramente letto Juan Gabriel Vásquez che ne “La forma delle rovine” gioca con altre storie assurde della Colombia e altri delitti. Posso concordare sulle tue obiezioni, soprattutto sull’uccisione di Galán, anche perché Maza Márquez meriterebbe un romanzo a parte o una serie tivù: se a Netflix importasse qualcosa veramente della storia colombiana. Speravo nei libri del figlio di Escobar che invece sono deludenti. spero di vederti presto anche io, abrazo.

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