Lewandowski come Natural born killers

Di paragonabile ai nove minuti di Robert Lewandowski contro il Wolfsburg c’è solo l’inizio di “Natural born killers”, che però sono otto: il cinema si sa non ha i tempi morti. Se ricordate il film di Oliver Stone, scritto da Quentin Tarantino, comincia con un uomo (Woody Harrelson) e una donna (Juliette Lewis) in una tavola calda che massacrano tutti tranne uno che gli serve come testimone dell’impresa; le immagini sono a colori, poi in bianco e nero, poi a colori: le inquadrature sono orizzontali, poi verticali, e dopo sghembe, la colonna sonora include lirica e punk, credo che niente si avvicini di più a quello che ha visto, sentito e provato Diego Benaglio, il portiere del Wolfsburg. Chi ha visto il film non può non ricordare quello che succede in pochissimo tempo nei titoli di testa, in un modo così rapido e travolgente, così denso e assurdo, sovrapposto e veloce, da farvi sembrare il vostro tempo davanti alle immagini: consumato, dilatato, perduto, sotto ogni colpo inferto, inquadratura girata e mostrata, con la storia distesa e ormai aperta, e voi convinti di essere stati shakerati quasi quanto i difensori e il portiere del Wolfsburg o quel testimone della strage; niente, era la Storia che passava e vi macinava, attraverso i gol di Lewandowski, attraverso gli spari di due killer in fuga. Erano un modo diverso di fare cinema e uno diverso di fare calcio, uniti dalla rapidità d’azione. Non c’era un colore fuori posto nel film come un passaggio sbagliato nelle azioni che portano ai gol. Tanto che dopo c’è il resto della partita che nessuno ricorderà, perché serviva solo a giustificare i cinque gol di Lewandowski, proprio come i 120 minuti di Stone che seguivano a quell’inizio travolgente servivano a giustificare il passo in avanti cinematografico. Si meravigliava Guardiola e con lui tutta l’Allianz Arena, dirigenti e tifosi del Bayern Monaco, si meravigliavano l’arbitro e i guardalinee, compagni ed avversarsi, panchine e pompieri, non si faceva in tempo a ribattere a centrocampo che Robert la ributtava in porta, non si faceva in tempo a contare, festeggiare e rimettersi in posizione che lui si ripeteva: uno, due, tre, quattro, cinque volte, per un record storico, e una cinquina difficilmente replicabile. Certo, la complicità dell’intero Wolfsburg era innegabile, sembrava un ostaggio di una rapina, sotto shock, prendeva schiaffi e gol senza reagire, non riusciva né a stendere né a marcare Lewandowski, che forse non era né stendibile né marcabile, perché era la storia che passava o la sua rappresentazione senza un percepibile senso logico.

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One thought on “Lewandowski come Natural born killers

  1. […] ribalta la storia e il presente, seppure solo per novanta minuti. Anche se in Nazionale la star è Robert Lewandowski, e Milik il suo supporto. Guardandoli giocare insieme ancora una volta emerge l’enorme […]

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