Il bambino che palleggiava sotto la classicità

Siamo al novantatreesimo e tira Totti, il ritardatario. Il bambino che palleggiava sotto la classicità tra porta Latina e porta Metronia. L’uomo fuori tempo dell’Italia. Quello da aspettare per l’ultima volta, il fuoriclasse incosciente. Il ragazzo semplice e sfrontato che sembra non capire molto di sé o non prendersi mai sul serio. Istintivo, verace, persino ingenuo. Mai complicato, sempre pronto a stupire. Non è un trascinatore ma ha la maglia numero dieci, non ha vinto ancora nulla in campo internazionale ma ha avuto tutta la sfortuna dei fantasisti come Baggio, Maradona e Ronaldo. Qualche mese fa un brutto incidente alla caviglia: lui piange, l’Italia si intristisce e Al Jazeera manda in onda il suo viso come quello di un capo di stato ferito. Ne esce sorridente, svagato, non ne fa mai un dramma, arrivando in affanno ai mondiali, però. Tre partite dimenticabili, i giornalisti che lo riprendono e lui che se lo segna.  Alle spalle l’Italia che si divide come sempre, e Del Piero che lo sostituisce, gioca la sua partita in bilico, una partita lunghissima e tutta senza palla. In tribuna stampa la parola è staffetta, la storia è vecchia. Totti in panchina. Si parte. Ilary in tribuna, assistente di volo. Totti faccia tesa, niente risate o scherzi con i compagni. O si passa o si smette. La sua gente per strada e nelle borgate: delusa. L’Australia che tiene sempre il pallone. L’Italia che corre a vuoto. Un brutto primo tempo. Si riprende con Iaquinta al posto di Gilardino, e poi con Luis Medina Cantalejo che espelle Materazzi. Siamo in dieci: comincia il mondiale, quello vero. I socceroos che attaccano e fanno la partita. La tonnara solita, già vista in Corea e Francia. Barzagli per Toni, c’è posto in trincea. Ma non cambia nulla. E Lippi che dice: “scaldatevi”, ancora una volta. Si alzano Totti, Barone e Inzaghi. Una zolla per tre. Totti che sgamba con i dubbi e i tormenti della memoria. Giù la testa sotto il peso dell’uguaglianza, il socialismo della panchina ha colpito anche lui. Alla fine Lippi punta sul cavallo stanco, entra in campo il ragazzo Totti, quello che deve ancora dimostrare di essere il migliore. Esce Del Piero, l’eroe mancato. Totti ha poco da fare, oltre che provare a lanciare diverse volte uno sciagurato Iaquinta.  Nello sport vince chi è spregiudicato, chi dimentica e osa, chi da incosciente compie una azione che stupisce. E questa volta a farla è stato il difensore Fabio Grosso: avventurandosi oltre la frontiera australiana e dribblando due uomini, fino a farsi atterrare in area, ostacolare, mettetevela come vi pare, forse è solo andato a fondo nel rimorso dell’arbitro per l’espulsione di Materazzi: rigore. A partita finita. Novantatreesimo: tira Totti. Il ragazzo dal fisico possente. Il fantasista statuario, niente a che vedere con la delicatezza di Baggio e Platini ma neanche con le esagerazioni di Maradona. Lui che ha un tiro fortissimo e preciso. E soprattutto ha sufficiente strafottenza per pensare di nuovo di rifare “er cucchiaio”, come fece contro l’Olanda agli Europei del 2000. Bullo con potenza, armonia, classe da vendere. Figuriamoci se i suoi pensieri si perdono in inutili divagazioni come il protagonista del romanzo di Peter Handke in “Prima del calcio di rigore”. Totti è il ragazzo che palleggiava sulle “aiuole archeologiche”di Acitelli, un semidio romano che si diverte sulla terra e non ha tempo per la filosofia. Non c’è nastro da riavvolgere né film da rivedere. Qui l’avventura è a un bivio, il rigore è l’occasione da cogliere, la corriera che passa, e lui l’uomo giusto, così: brutti, sporchi e cattivi andiamo ai quarti, con un gran tiro del ragazzo che aveva anche pensato al cucchiaio, ma che questa volta ha osato tradendosi, ha sterzato scegliendo di non stupire, ha meravigliato facendo il più normale dei gesti. Questo è il giorno dei ruoli invertiti: c’è Grosso a dribblare e Totti a tirare da difensore, svoltando.

[uscito su IL MATTINO, giugno 2006]

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One thought on “Il bambino che palleggiava sotto la classicità

  1. […] non è un caso che il nodo più critico del mondiale tedesco nel 2006 l’abbia sciolto lui, con un rigore al novantesimo contro l’Australia, liberando-ci verso il titolo. Lippi lo aveva aspettato, e lo vorrebbe veder giocare fino a 50 anni […]

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