L’isola

Forse è la tarda primavera del ’44. Forse è l’estate o assai prima. Non conosco i luoghi. So che fu vicino a Boves, nel Cuneese, dove allora ardeva la lotta partigiana. Un ufficiale, alto, magro – giovane pare –, ogni mattina, poco dopo l’alba esce a cavallo, da solo dalla caserma di San Rocco (si chiamava così). Si aggira fra le cascine (nomi che non conosco): Tetto Graglia, la cappella della Crocetta, Madonna degli Angeli – questa sì simile a una del mio paese – il greto di un fiume, il Gesso (chissà perché quest’ultimo nome mi colpisce…). L’ufficiale arriva sempre ad un prato, scende da cavallo, si sdraia sull’erba. Il cavallo pascola… Una mattina il giovane ufficiale non ritorna alla caserma di San Rocco. Il corpo – in seguito – sarà ritrovato non so bene da chi, o forse è trascinato via dal fiume, il Gesso. A sole già alto, quando nella caserma di San Rocco arriverà quel cavallo senza cavaliere scatterà la ricerca rabbiosa dei tedeschi. Non troveranno mai più il corpo. Nuto Revelli, in un libro bellissimo, Il disperso di Marburg, racconta come, anni dopo, apprese di quel cavaliere solitario, senza volto e scomparso nel nulla. E cominciò il cammino per dare a quell’ombra un nome, una patria, a lungo incerti se fosse un tedesco oppure più lontano: un polacco, un ucraino. Che senso aveva quella ricerca impossibile nell’infinito mare degli scomparsi in quella guerra di mondi? E inseguire quell’ombra fra milioni? Credo sia il desiderio di dare un volto al nemico: prendiamo le armi e uccidiamo. E nulla sappiamo dell’altro che viene ucciso. Quasi sempre uccidendo non si vede nemmeno il suo corpo. Nei lager i nemici erano ridotti addirittura a un numero e a uno scheletro. Prolificherà una nuova istituzione: la fossa comune; una tomba enorme dove i corpi si ossificheranno, fatti uguali gli uni agli altri. Non ho mai saputo come sono stati riconosciuti e nominati nella tomba i trecento delle Ardeatine. Chi è il nemico? Da dove viene? Non avrei mai pensato che il turbine della guerra potesse condurre contro i partigiani nelle valli del Cuneese addirittura, forse, un ucraino. Le onde che ci hanno trascinato… Il «disperso» di Revelli, all’alba, ogni giorno, si mette in cammino sul suo cavallo: lui e il suo cavallo, si sdraia sull’erba, immaginiamo che si abbandoni all’alito del mattino: I mattini di primavera sono assai dolci. Non ci sono spari. Invece poi, improvvisamente, ci saranno. E si troveranno di fronte l’ignoto cavaliere e altri ignoti dinanzi a lui. Le guerre sono un urto tra ignoti. In fondo perché dovremmo dichiararci colpevoli? Uccidiamo simboli. Astrazioni del potere. Poi gli astratti nemici riprendono un volto quando diventano salme.  L’enorme brivido dei cimiteri di guerra. Perché ci turbano tanto? Ci guardano fisso da quelle croci. Revelli si affanna per anni per dare un viso a quel disperso a cavallo: quale era stata la passione o l’obbligo che l’aveva condotto a quel confronto assoluto sulla vita e sulla morte? Mi chiedo se non stiamo arrivando ad una soglia in cui tutti i volti si dileguano. E ci sarà solo la macchina solitaria che fa la guerra. Essa sembrerà poter dire: che volete da me? Io che c’entro? Non so perché della storia del Disperso di Marburg mi ha colpito e trascinato quel dettaglio: insieme all’essere umano, c’è un prato, un cavallo, e lo sdraiarsi del cavaliere sul prato. Siamo appena dopo l’alba: dunque un grande silenzio. Mi pare di cogliere anche una disperazione e un’impotenza. Chi poteva riconoscere in un guerra così infinita quel giovane di Marburg incolonnato sotto la svastica? Forse quelle mattutine, solitarie passeggiate a cavallo nelle dolci campagne del Cuneese erano la ricerca di uno spazio ancora controllabile della vita: un margine dove ritrovare un sé, come un’isola. Penso al percorso che trascinò anche me nell’urto di guerra, io nemico dell’ignoto cavaliere, giunto a quel contrasto nella convinzione che l’isola in cui ritrarsi fosse impossibile, non esistesse. Questo è stato il percorso di cui racconto in queste pagine. I prati mi hanno incantato sempre, nel loro assoluto trascorrere silente. Oggi i prati della città in cui vivo sono mischiati al tumulto della corsa e dell’affanno. L’isola non esiste. Ed è giusto. Perché chiedere di salvarsi da soli? E poi io non so andare a cavallo.

 

 

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