Farsi dare del Messi(a)

Ruba gli occhi a chi lo guarda avanzare, da sinistra verso destra, dopo uno scambio con El Kaddouri, balla tra i difensori del Legia Varsavia, con naturalezza, li salta, evita, elude, e poi sceglie l’angolo per farsi dare del Messi(a). Si prende la scena anche quando non dovrebbe, ha il lessico, i gesti, del protagonista. Sempre. Usa la classe come routine. Entra e battezza la porta di Dušan Kuciak, è Gonzalo Higuain. Un generale, che macina la cavalleria polacca, divenuta grappolo inerme. Svetta su tutti, sulle contraddizioni di Mertens, e sulla buona volontà di Callejon, sulla generosità di Allan, e sulla quieta predisposizione a farsi vittima del Legia Varsavia, nonostante la formazione anomala scelta da Sarri. Supera l’intera difesa, marcia sulla ingenua dedizione dei difensori polacchi, ne ignora la rassegnazione davanti alla sua abilità, e poi con leggerezza deposita il suo pallone, quello che sembra essersi portato da casa – tanto gli è fedele –, nella porta. Una palombella a velocità supersonica, che dice vengo da un altro mondo. Non era nemmeno entrato, non era ancora caldo ed ha provato a fare quello che tutti vorrebbero sempre fare, smarcarsi da tutto e tutti e segnare, per chiudere una partita non difficile ma contratta. Higuain è uno che non conosce la mitezza, non sopporta la moderazione, è esagerato sempre, nel bene e nel male, quando non riesce subito a bruciare il tempo a entrare in partita si innervosisce, e quando invece – come in questa serata – gli riesce subito quello che vuole: lascia intravedere il bambino infinito che in lui, le sue stanze dei giochi, dove ha prima immaginato mille volte quella giocata e poi ha preso a farla, illustrandosi, per i campi del mondo. Quello che lascia dietro di sé è stupore, scandalo di contraddirsi nel fare cose opposte e inaspettate, nel cercare spazi che non si vedono, corridoi che paiono trincee, e che i suoi piedi liberano, con una facilità da romanzo. Appare dalla sue giornate remote, dalla ricerca fatta a Buenos Aires non tanti anni fa, invasato e imprudente. Accende una partita che pareva immobile, mossa solo da un inaspettato gol di testa di Dries Mertens. Porta in campo la sua forza originaria, che sempre più rimane tatuata nelle partite del Napoli di quest’anno. Dimostra nella rozzezza di un incontro piegato su se stesso che ci può ancora essere splendore, e regala un gol che è sprezzante, perché mette in ginocchio il Legia Varsavia. Affonda le radici della sua bellezza sul campo polacco, e ci vorrebbe Ryszard Kapuściński per fermare l’esatta bellezza dei movimenti di Gonzalo Higuain, quasi fossero disoneste tutto il resto delle parole che ci viene da usare. È uno dei suoi gol più belli, che resteranno e che lui potrà appendersi nella stanza dei ricordi, ci vorranno diversi scatti e rimarrà ancora fuori qualcosa, quello stupore che ha impresso sulle linee del viso di chi lo guardava andare, di chi lo vedeva affondare, quasi al rallentatore, ma per alcuni era lo streaming, per altri solo una impressione dovuta alla troppa confidenza che l’argentino ha con la tecnica calcistica, lasciandosi il resto nell’ombra alle spalle. La sua forza è la carta del fuoco che si gioca improvvisamente: sceglie la solitudine del pioniere, brucia il pudore, e stacca, sale, va a cercarsi quello che sembra lontano, troppo. Ha una rapidità di intervento che gli permette di oscillare tra due dimensioni lontane. E quello che resta è il definitivo sollievo di chi ha compiuto un gesto fuori dal comune, di chi vede premiare la sua audacia, la dedizione adolescenziale di aver sbagliato: provando e riprovando. L’improvvida apparizione della propria mostruosità, e dell’educazione di controllarla. Se poi questo diventa un vizio, se il gesto fuori da comune si tramuta in possibile ripetizione, allora il resto diventa brusio. Higuain ha il senso della grandezza, essendo sopravvissuto all’errore del rigore nella passata stagione, quello che tutti gli fanno ancora pesare, ma stasera ha mostrato tutta la sua volontà di voler sussistere nel privilegio della grazia, nella ricerca dell’espressione massima calcistica. L’assolutismo dello scartare tutti e l’aristocrazia di tirare con beffa, il tenersi lontano dalla volgarità di entrare nell’aria piccola, dopo aver bordeggiato con prepotenza quella grande. È il privilegio di chi ha uno stile e una appartenenza a quello stile, talvolta ignorato, non visto. Ma stasera la luce era solo per lui, per l’attaccante che entra e cambia la partita, per chi è capace di farsi epica e canzone in una manciata di minuti che poteva anche solo lasciar scorrere. E, invece, ne ha fatto immediato destino per un gol, indimenticabile.

[uscito su IL MATTINO]

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