Azzurro Super Santos

“Una macchia di arancione in mezzo al blu” cantava Tony Tammaro, era il Super Santos, il pallone che saliva a cercare vetri e terrazze, scavalcava muri, usciva dai cortili e si perdeva: sotto una auto, lungo una discesa o nella stanza sbagliata, e dietro c’erano sempre dei ragazzini. Eravamo noi, tutti, e chi non l’ha fatto non sa cosa si è perso. Il Super Santos era il passaggio prima del vero pallone: quello di cuoio, e quello che veniva dopo la leggerezza del Super Tele – primi tiri –, figlio del Brasile che lo aveva partorito, seppure indirettamente. Ora diventa azzurro, e diventa un gadget del Napoli, grazie a un accordo tra la ditta produttrice e la squadra di De Laurentiis. Cinquantatreanni dopo l’idea di Stefano Seno, un operaio della “Mondo” – piste d’atletica e sogni, dovrebbero scriverci sotto – che lo immaginò come riproduzione del pallone di cuoio dei mondiali di calcio cileni del 1962, omaggio al Brasile di Pelé e Garrincha, Didi e Vavá, che vinse quell’anno. Era la possibilità di garantirsi una palla che poteva trasformare qualunque luogo in un campo, la Coca-Cola dei palloni, arancio a strisce nere, il resto era da sudarci dietro. Si trascinava dietro un tale carico di possibilità e fantasie che divenne un oggetto di culto. L’orizzontalità irrazionale dei rimbalzi, che, adesso, dalle Langhe arriva a Napoli, in un ricongiungimento tra il pallone di strada e le strade più affollate di palloni. Il Super Santos azzurro disegnerà una trama fittissima tra le ossessioni dei ragazzini napoletani, la passione per la squadra del cuore, e le traiettorie da disegnare con i piedi. Potete giurarci, gli spazi liberi tra le strisce diverranno le caselle per le formazioni ideali; e poi ci saranno quelli che lo compreranno solo per avere la congiunzione tra l’oggetto di culto e il Napoli. È un matrimonio che sancisce quello che di fatto già era unito: la più sudamericana delle città, la più scapestrata e audace produttrice di calciatori da pallastrada, e il pallone del popolo. Non resta che aspettare l’invasione, la potenza irrefrenabile trasmessa dai muscoli alla palla, la colorazione dei quartieri e delle case, dalle stanzette ai bassi, dagli attici ai parcheggi, da piazzare all’incirca all’incrocio dei pali. È la nuova giovinezza del Super Santos, ed è il sottile tentativo di far pace con il futuro da parte del Napoli. Quando arrivò De Laurentiis era difficile trovare in giro bambini o ragazzi con la maglia del Napoli, oggi no, è diverso, complice il lavoro di Reja-Mazzarri-Benitez-Sarri, l’occasione di avere Insigne – scarrafone napoletano – e ora anche un pallone che si tira dietro tutto questo e lo porta, rimbalzando, in giro. Il Super Santos è la madeleine di chi gioca per strada, una specie inconsapevole rispetto ai processi acrobatici e ritualizzanti del calcio immaginato e riprodotto dai ragazzini; pronto a tutto e buono a tutto, compagno dei muschilli di Siani poi lupetti benniani, capace di una integralistica ostinazione e resistenza fino al puff finale – quando si bucava  o salvata il valvolino/tappo –, il fischio che sanciva le partite che non avevano scadenza, viaggi al termine della notte e delle forze. Colorandosi d’azzurro il Super Santos si fa Zeitgeist – spirito del tempo –, elemento insostituibile e identificativo, sfumando l’arancio che ci portiamo nella memoria. Diverrà pure testimone delle gesta omeriche consumate nel cortile sotto casa, salirà prometeicamente sopra le teste e i talenti, e poi ricadrà per prendere la precisione architettonica o la traiettoria sbilenca del tiro sbagliato. Novità antica e frammento insostituibile, assurto a rango di simbolo – adesso bicolore – negli improvvisati album Panini di squadre sgangherate che sono durate e dureranno: anni, una stagione o solo un pomeriggio.

[uscito su IL MATTINO]

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