Volturno, il fiume dimenticato

Non ho una spiegazione ma i fiumi sono una roba da uomini, proprio come la fantascienza e i western. Altra regola, venuta fuori da questo assurdo viaggio, è che il Volturno può essere catturato solo a pezzi, per questo ho deciso di raccontarlo per singole parti e non intero. Avrete un racconto per foto. Si partirà dal dettaglio di quella foto per raccontare quel pezzo di fiume. Perché non ha una interezza da Po, non ha nemmeno una santità da Gange, e non ha nemmeno una energia spirituale quando lo si attraversa. Se ne sta deposto, isolato, circondato, nascosto. A percorrerlo si ha l’esatta misura della perdita, o comunque del mancato acquisto. Magari uno che ci vive a ridosso non se ne rende conto, magari tre donne che c’hanno un bar sul canale dei Regi Lagni son convinte che quello che scorre sotto i loro piedi sia il Volturno, quindi va aggiunto anche che è un fiume frainteso – e chissà perché non ce lo scrivono –. Le gradazioni significative di dimenticanza si avranno più avanti, perché a Castel Volturno, sugli argini c’è vita, magari è una vita che incrocia i colori delle case messicane e le macerie di quelle irachene, ma almeno la transizione d’assenza non è ancora compiuta. La Guardia Costiera non conosce fino a dove sia navigabile: – «Bisogna chiamare in Regione» –, le darsene e l’unico cantiere navale sono chiusi perché abusivi, ma gli operai mi dicono che il fiume è risalibile fino a Cancello Arnone ma solo con le moto d’acqua, e al mio: facciamolo, la risposta è: «sei pazzo, ci sono le lenze da un lato all’altro rischi di essere decapitato». L’ultimo pescatore rimasto, conferma. Mi mostra la sua darsena vuota, e la foto di quando c’erano 80 barche, e spiega anche che Castel Volturno era una comodità per chi non può permettersi i porti di Napoli e Salerno, ma ora è tutto chiuso dal Villaggio Coppola fino alla sua darsena. Qua nessuno dice il nome, nessuno si lascia fotografare, ad eccezione di alcune guardie che vogliono recitare nel mio (finto) film sul Volturno. In questa storia c’è tutto il sud che lo Svimez non intercetta: quello bulimico pronto a tutto, quello disposto sempre a cambiare ruolo perché scontento, quello che non rinuncerebbe a nulla pur di potersene vantare al bar. Ma il vero spettacolo sono le case, a ridosso della spiaggia, dove c’è un ragazzo nigeriano che carica una bici con tronchi venuti dal mare. Il mio sguardo viene rapito da una casa rossa due piani tetto a terrazzo dove successivamente sono stati impiantati un Gesù a centro e due aquile ai lati. Una delle poche con le finestre sbarrate e senza telecamere all’ingresso. È strano che in un posto dove non c’è l’asfalto – e quindi è ancora possibile la rivoluzione stando ad Hemingway – ci siano telecamere agli ingressi e muri di cinta da fortino; poi ci sono anche molte rovine, un intero viale (con cancello chiuso) che sembra in abbandono – magari non lo è –, ogni tanto appaiono dei ragazzini nerissimi di sole che gridano oltre la possibilità della loro gola e le loro teste pettinate da Insigne. Da queste strade, tra queste case, il fiume sembra avere un destino irrecuperabile, l’accento e le discussioni cadono sempre sulla sguaiatezza estetica, sullo sberleffo delle costruzioni, e poi sul marginale esistenzialismo che non ne vuole sapere di adeguarsi alle regole: lamentandosene quando queste vengono applicate – male e improvvisamente. Il Volturno diventa solo un evidente problema che produce discorsi inutili e progetti irrealizzabili.

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A Limatola dove il Volturno si acquieta e disperde, diventando verde e placido tanto da apparire come in un quadro di William Turner, trovo l’espressione più enfatica della subalternità della natura rispetto al cemento. Tra due eserciti di pioppi e poco lontano dal fiume si alza una di quelle caserme quattro piane e 12 appartamenti: forse bloccato forse solo in pausa di riflessione. È l’immagine che meglio racconta il distacco tra il fiume e il paesaggio, l’assenza di una collaborazione e la mancanza di unità tra paesi ed acqua. Non c’è nessuna cultura del fiume, non c’è nessuna ricerca del fiume nemmeno come compagnia. Trovo solo una sedia vuota che dà la spalliera al fiume, e mi ricordo di Luzzara dove un vecchio mi disse che il Po era la sua televisione. Qua non è nemmeno una radio, il Volturno non produce suono, passa lento, quasi ristagna, scivolando alla moviola sotto i piedi e l’indifferenza di tutti. Nemmeno i contadini sanno se ci sono strade per andare al fiume, non misurano più le distanze dall’acqua perché – per adesso – l’acqua non è indispensabile come lo era in passato. Ai ragazzi non interessa andare a starsene sul fiume, prendersi l’ombra dei pioppi e il silenzio del paesaggio. È difficile non assumere toni malinconici o tenebrosi, ma allo stesso tempo l’indeterminazione è evidente. Si tratta di una sensazione imprendibile e tuttavia a suo modo precisa, con un sapore di delusione che provo a confessare a tutti quelli che incontro ma che non trova interesse, se non superficiale. Eppure tutti dovrebbero aver interesse per il Volturno – a parte il suo carico di Storia che vi risparmierò – dai maneggi ai caseifici, dai contadini all’azienda che ha costruito il capannone a ridosso, il risultato è solo una beffarda distanza, che respinge ogni coinvolgimento. Lo so dovrei andare da tutti i sindaci di tutti i comuni attraversati dal corso d’acqua e magari chiedergli anche di parlarsi, di provare a lasciarsi legare dal fiume, dalle sue curve, e poi passare ai rimproveri per come sono tenuti gli argini e per la mancata manutenzione di molte sue parti. Servirebbe? E non ho nessuna intenzione di mettermi a misurare l’inquinamento dell’acqua, questo è un viaggio di ricognizione. Il bilancio è disastroso, tanto che se non venisse usato come discarica mi starebbe anche bene questa indifferenza verso il Volturno. L’abbandono totale, con i muri di rovi che si alzano sopra gli argini, e la possibilità di vederlo solo l’auto quando si attraversano i ponti. È parso strano persino agli automobilisti che ci fosse qualcuno che si fermava, scendeva e fotografava il fiume, nel suo sussurro drammaticamente languido o negli acuti dei pochi salti che diventano acuti d’acqua nonostante il caldo. Passa il Volturno in una foresta di catrame e cemento che o gli sta addosso o gli sta lontano ma è pure peggio perché l’abitato si è staccato completamente dal fiume, con l’effetto oblio: basta vedere i cartelli che ne indicano il passaggio, son tutti consumati, stinti, ammaccati, coperti. Manca l’esibizione sfacciata, mancano orgoglio e rivendicazione, manca il desiderio e persino il bisogno di assolvere a un compito che sarebbe naturale: dialogare con gli elementi che sono nel nostro spazio geografico, nella nostra vita; invece il fiume diventa un problema, un pericolo, o nel migliore dei casi uno spazio morto. Abbiamo scelto l’artificiale, prendendo a schiaffi la tradizione, e abbiamo persino lasciato perdere l’enorme fascino dei simboli.

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11855678_10207278428987962_5699777922347125715_nMi aspettavo una vitalità irruente, magari anche uno sfondo pittoresco, non dico una possibilità avventurosa ma comunque una condizione selvaggia che evocasse la grande nascita. Ma il Volturno ha una vocazione di quiete e sottomissione, ha accettato la sua condizione di comparsa. Dalle nascite uno si aspetta sempre molto, ci lavora su d’immaginazione, e poi succede di rimanere delusi. Così a Rocchetta al Volturno, il posto dove nasce il fiume, mi trovo di fronte un bacino d’acqua incarcerato: divieti e cancelli. Di lato una centrale dell’Enel, gruppi di boy-scout e famiglie in gita – che hanno accesso privato sul fiume – e allora capisci che il ritratto intero da Castel Volturno a qui: è tutto basato su una appropriazione del corso d’acqua, piccola ma sistematica, acquisizioni, occupazioni, requisizioni, e poi lunghi tratti di disinteresse. In mattinata avevo provato a scendere e raggiungere l’acqua passando per un grande allevamento di bufale tra Vairano Patenora e Venafro, ma i custodi indiani nemmeno sapevano del fiume o meglio del River, perché il loro italiano è prossimo al poco. In Molise – invece – c’è l’orgoglio del fiume, tutti quelli con i quali parlo mi dicono che qui il Volturno non è inquinato ma puro, è in Campania che si perde, è lì che viene messa alla prova la sua resistenza, è lì che diventa irriconoscibile. Provo a dire che sì è anche così, ma soprattutto risulta invisibile e l’inquinamento è frutto dell’invisibilità ma non mi credono. Quello che salta agli occhi è che qui il fiume ha una vitalità fantastica, argini bassi, vegetazione prepotente, e un ruolo all’interno del paesaggio. E per la prima volta da Castel Volturno incontro gente che esce di casa per andare al fiume, che lascia il divano per l’acqua. Sarà la contiguità con il luogo di nascita, ma si può sentire la sua umanità nomade, l’instabilità del corso che prenderà, e infine la sua anima mimetica che lo porterà alla sottomissione prima del mare. Sembra avere una vocazione al torto lasciando il Molise, perdendo persino quell’inquietudine tipica di chi ha il sangue antico, di chi era destinato ad essere terribile e grandioso, espletando la sua natura di fiume, come sapevano Virginia Woolf e gli antichi egizi. Sovrastato da ponti di ferro, prima d’essere irreggimentato, deviato, controllato e poi abbandonato, il Volturno riesce ad avere la libertà che gli spetta. Patetico e stupendo assolve il suo ruolo, recita la sua parte di raccoglitore di frammenti e custode di nodi e intrecci. Anche se i classificatori di cose avrebbero difficoltà, per come il fiume non raccoglie nulla, fino a darsi deserto, e deve aspettare la foce per trovare qualcuno disposto a navigarlo. Quello che dispiace è che il Volturno non si fa mai simbolo, non diventa mai un luogo di allegoria. È come se avesse scelto di essere un posto secondario, eppure custodisce una idea di natura compatta, di una utilità strabiliante. A questo fiume manca una dimensione non dico religiosa ma perlomeno consolatoria, che poi diventerà minaccia e invettiva in caso di una esondazione. Resta un grande residuo che scorre di lato, una traccia preziosa, estromessa dall’orma della volgarità. Scende al mare, il Volturno, e si fa risolutamente ambiguo, pare andare in sonno, un letargo nobile, magari momentaneo ed enigmatico ma comunque profondo. Una cerimonia sobria che riflette un destino: dall’acqua passa alla terra, un patteggiamento di storia e geografia in funzione dell’oblio.

[uscito su IL MATTINO]

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4 thoughts on “Volturno, il fiume dimenticato

  1. Maurizio Schiano di cola ha detto:

    Tutti belli i tuoi articoli, ma questo lo è particolarmente.. Almeno per me

  2. rodixidor ha detto:

    Alle scuole elementari quando le ho frequentate io (nel paleolitico) dovevamo sapere a memoria gli affluenti di destra e quelli di sinistra del Po, poi del Piave imparavamo l’austero mormorio, conoscevamo l’Adige, il Tagliamento, i grandi laghi. Forse sono stato un alunno poco attento ma non ricordo mi fosse stato insegnato quali regioni attraversa il Volturno, mi pare non superammo mai il Tevere. Vogliamo parlare di toponomastica ? Via Tagliamento, Via Po, Via Piave … mai percorso Via Volturno.
    Vabbè, magari non c’entra niente

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