Il padrone

Due pali e un gol per certificare che dalla normalità si può anche guarire. Gonzalo Higuain aggancia a volo, e senza guardare, un pallone che Ghoulam aveva messo in mezzo con la consueta forza, spedendolo alle spalle del suo connazionale Bizzarri. Niente da fare, oltre l’estetica del gesto, una girata a terra, c’è la forza della volontà. Higuain voleva segnare, voleva interrompere la mancanza di gol in trasferta nel campionato italiano, e soprattutto ampliare il suo momento da urlo. Che sembra non conoscere né concedere pause. Così, dopo due pali: uno ravvicinato colpito all’esterno e in caduta; e uno interno con la palla che bordeggia la linea di porta e sberleffa le spalle di Bizzarri, colpito da fuori area. Il resto, prima del gran gol, è un serpeggiare inquieto alla ricerca della marcatura, un entrare ed uscire dall’orbita d’attacco provando a marchiare la gara. Premesse che anticipano l’ennesimo grande gol dell’attaccante argentino, e della sua nuova vita, quella sotto il segno di Maurizio Sarri. Strappata l’etichetta del dolente, cancellato il tempo del massimalismo in funzione del riformismo pragmatico dell’area di rigore, Gonzalo Higuain: alterna pressing e recuperi, ai soliti, eccezionali, gol. In pratica è come avere un nuovo calciatore che si fa in due, che lavora per due, e che ha la vista lunga oltre la sua area di rigore e la pazienza di sacrificarsi per gli altri. È sceso dal suo trono per andare a prendersi il regno che gli mancava.  Il risultato è la sua incontenibilità che diventa trascinante, perché gli altri che lo vedono arretrare – come col Chievo e prima con la Fiorentina – a cercare palloni, incentivare la pressione sugli avversari, tra l’altro con una informalità da centrocampista – quasi fosse quello il suo ruolo – creando un corporativismo che sta facendo la differenza. Sarri – che, come ha dichiarato il fratello di Higuain, gli parla uguale alla loro mamma – è riuscito a tirar fuori da lui un carattere da Tevez, quello che gli era mancato nelle altre stagioni, una passione enorme e vistosa che lo porta ad essere simbolo: molto meno eufemisticamente per via della carriera passata e molto più concretamente per la carriera presente. Questo ha fatto la differenza, innestandosi su una capacità tecnica dispari, che hanno in pochissimi in giro per i campi che contano. Ne è venuto fuori un calciatore vincolante, imprescindibile, che sta lasciando l’impronta in ogni singola gara. Capace di coabitare con un calcio che gli chiede uno sforzo maggiore, un gran numero di metri in più da percorrere avanti e indietro, una maggiore ramificazione nell’impostazioni lunghe e un coinvolgimento nelle azioni che non lascia respiro ma che gli regala un numero maggiore di gol, oltre il non scontato ruolo di protagonista e guida. È così che Higuain a suon di gol e svolgendo un diverso ruolo d’attacco con una completezza aerobica e di pensiero che nessuno immaginava, è diventato il leader della squadra. L’uomo che segna, fa segnare, decide le partite e soprattutto si diverte, in un clima disteso nonostante l’ascesa in Italia e in Europa. Una normalizzazione di entusiasmo parolaio e una accelerazione di agonismo calcistico. Poi, a fine stagione si misureranno le contaminazioni,  e le percentuali di influenza dei singoli rispetto alle richieste dell’allenatore, ma adesso va segnato il ruolo imprescindibile di Higuain messo in discussione da un singolo rigore. La sua maturità è la maturità trascinante di un capofamiglia, è evidente a tutti, salta agli occhi di tutti, il grande passo in avanti che l’argentino ha fatto e che il Napoli sta facendo con lui. Higuain lotta per cancellare i suoi errori, segna per ristabilire il suo ruolo a Napoli e fuori da Napoli, mostrando l’eleganza dove prima c’erano gli esercizi stilistici, cancellando il manierismo a suon di gol, dando un senso alla sua scelta di “classe” che lo portò a lasciare il Real Madrid per il Napoli. E, finalmente, il suo nome si può scrivere in maiuscolo sul campionato italiano.

[uscito su IL MATTINO]

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