Insigne, Mertens: pali, gol e mugugni

Il fuoriclasse è ingovernabile o almeno prova sempre a esserlo, che ci sia da scartare o da dissentire. E, il bambino infinito, Lorenzo Insigne, dissente rumorosamente quando il padre Maurizio Sarri lo toglie dal campo e dal gioco al ventesimo del secondo tempo. E sbaglia. È sempre difficile lasciare le partite dove ci si diverte, e questo Napoli si diverte moltissimo. Tutti sono vertici di un triangolo secondo il teorema di Pep Guardiola e ipotenuse sulle quali costruire gol e quadrati, secondo il postulato di Arrigo Sacchi, così al ragazzo napoletano non va giù l’uscita per il suo antagonista rabbioso Dries Mertens – all’inizio sembrava dovesse essere titolare – che subito colpisce un palo per mettersi in pari con quello di Insigne, e dopo segna come se fosse lui, dando ragione al giocatore di scacchi Maurizio Sarri. Ma senza esultare, in una polemica al rovescio. Uguali ma diversi. Insigne e Mertens: entrambi vogliono starci, entrambi vogliono giocare, divertirsi e segnare. Insigne di più, forse solo di un pizzico. Voleva ancora sudare e dribblare, è un buon segno per uno che sembra sempre stropicciato dopo una serpentina tra i difensori avversari o un tiro da lontano che richiede molta forza. Mette il muso mentre gli altri continuano a giocare e divertirsi, giocare e sprecare ai danni di un Palermo anche compatto ma che viene piegato e sfinito dall’esuberanza del Napoli e da un gol in modalità Gigi Riva segnato da Gonzalo Higuain. Ed è proprio l’attaccamento a quell’esuberanza che fa storcere il naso di Insigne, che fa incazzare Mertens quando non gioca, entrambi sembrano richiamati a casa dal cortile, con il padre che dal balcone decide chi scende e chi sale. Con Insigne costretto ad abbandonare la partita per i compiti da finire, con la cena che si fredda. Il resto lo fanno Reina in campo calmando e abbracciando Mertens che rivendica segnatura e vittoria, e  Maggio, che da capitano in panchina, si mette di fianco a Insigne e prova a farlo ragionare, gli spiega che è sempre difficile risedersi in panca ma che è una cosa che fa parte del gioco, è da come si esce, uguale a come si calcia in porta, che si vede un calciatore vero. E anche un allenatore, perché ora che Sarri ha sistemato in campo il Napoli, deve governare quello che resta fuori, gli uomini che vanno in panchina, trovandosi a gestire un reparto offensivo affollatissimo come se fosse la Francia dipinta da De Gaulle: “è ingovernabile un paese con quattrocento formaggi”. Alla fine il modo si trova. L’importante è far capire la priorità, che è vincere e avanzare. Vincere e continuare. Insigne fa i capricci – inutilmente – in un deficit di razionalità, situazione nella quale un calciatore della sua portata non dovrebbe mai cadere, ma è anche un fuoriclasse, questo è l’anno della sua consacrazione e lui oltre a sentirlo lo vuole dimostrare, dimenticando che  ci sono ancora un mucchio di partite da disputare, di gol da segnare e corridoi da costruire ma che soprattutto ci sono anche gli altri da far giocare. Una macchia in un inizio di stagione folgorante, ma anche la prova di una volontà, un attaccamento da fuoriclasse, uno che non vuole mai staccarsi dal vivo del campo. E uguale sembra dire Mertens in campo, forsennato, ostentando una orgogliosa sicurezza, mentre cerca il gol che gli serve per rivendicare la sua posizione, facendo poi il risentito come una fidanzata tradita. Stasera con le molte certezze del gioco e del ritmo, con il consolidamento in classifica, finisce un mese difficile, di prova ampiamente superata, ma nasce anche ufficialmente una contrapposizione forte, che – si spera – la saggezza di Sarri saprà governare, visto che molto probabilmente è figlia  (voluta o no) delle sue (in)decisioni. Insigne più di Mertens ha i numeri per segnare questa stagione del Napoli, ma non deve ripercorrere la strada della presunzione né ricamarsi addosso il marchio balotelliano del bravo non capito, e deve imparare a staccare. Mertens dovrebbe rivedere le sue stagioni e riconoscere che è governato da un paradosso: gioca meglio quando entra a partita in corso rispetto a quando gioca da titolare. Entrambi, devono capire che sono coevi in un intervallo che forse comincia a sorridere alla loro squadra, sarebbe da ingenui intralciarlo, baruffare per un posto quando possono integrarsi.

[uscito su IL MATTINO]

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