Conto a estati, non a anni, il tempo

Nell’estate del 1959 Pierpaolo Pasolini percorse in auto le coste italiane da Ventimiglia a Trieste, per conto del settimanale Successo, “La lunga strada di sabbia” si chiamava il suo reportage che uscì in tre puntate. C’erano le spiagge, i nostri mari, la gente, i suoi amici e la spensieratezza di un poeta, leggero, quasi affrancato dalla sua tragicità, distante dal dolore che – doveva accompagnarlo in futuro –, scorrazzava per le strade italiane. Aveva già cominciato ad accusare e l’Italia a processarlo per le sue opere, ma non era ancora diventato un perenne imputato, come succederà in seguito. «Conto a estati, non a anni, il tempo», scrisse a Silvana Mauri, e quando si trattò di parlare di sé defunto in un Coccodrillo nel 1968: «quelle notti erano notti estive e il suo amore per l’estate / fu forse il sentimento più forte della sua vita». Nell’amore verso l’estate c’è l’amore verso la vita che esplode e si manifesta appieno. L’estate è la stagione dello svago, del recupero, con i suoi giorni che sembrano infiniti, e la possibilità di rimediare, tutti ci vedono una occasione da cogliere. E tutti hanno in mente una estate indimenticabile: vento in faccia e voglia di andare, grandi pensieri e magari anche una delusione ben nascosta in tasca o in petto. Giorni nei quali intuisci che il futuro sarà pure nero ma riesci a pensare ad altro. Corri, ti lasci sorprendere dal mare che spunta improvviso dietro una curva, ti godi il paesaggio – o quello che resta – una città di provincia e la vitalità della sua gente, un pomeriggio di sole e un bagno al tramonto. Gesti semplici, come quelli che si compiono per tornare alla vita dopo un lutto, solo con più luce, musica, speranza. E una strana forza che ti guida, la verità di una intuizione, una scommessa vinta, la voglia di mettersi in gioco per il gusto di provare a sfidare se stessi. L’unicità della giovinezza e la possibilità di sperperarla, perderla, consumarla. «Quando parto ho sempre quattordicianni», diceva. Forse, per questo aveva quella innegabile forza di essere sempre altrove, spesso in anticipo. In ogni partenza c’è uno strappo, in ogni ritorno un mutamento. Quei pezzi de “La lunga strada di sabbia” sono marginali nell’immensa opera di Pasolini – lui ne parlerà come di: «un piccolissimo, stenografato reisebilder» – ma hanno dentro il suo timore di non saper restituire quello che gli occhi vedono, e hanno la velocità, l’immediatezza di scrittura di un vorace osservatore che, proprio perché teme di non farcela, riesce a inchiodare il suo paese con poche misurate parole. Lessi quei reportage in una estate di mezzo, di quelle che ti cambiano ma lo scopri solo dopo, avevo una ragazza più grande di me e pochissimi soldi. Gli invidiai l’auto e gli occhi. Rimasi a casa a consumarlo: romanzi, poesie, saggi; alleggerì la mia pena, che era niente vacanze. C’era qualcuno di cui fidarsi. E quell’estate per me si chiama nostalgia. Non c’è niente di meglio che inseguire la nostalgia per raccontarne una nuova. Ogni estate ha la sua. Ogni estate ha i suoi annegati, i suoi nomi e i suoi amori, le sue canzoni, le sue perdite, e sempre qualcuno che le va dietro. Pasolini diceva che «i maestri vanno mangiati in salsa piccante», questo l’ho capito dopo aver fatto il viaggio e aver scritto, percorrendo la sua stessa strada. Ho usato il suo viaggio per scrivere il mio, volevo raccontare di lui e ho detto di me, volevo ricordarlo e invece l’ho perso: cercavo Pasolini ed ho trovato l’estate. È successo con naturalezza, amando, spesso, si cancella per restituire, si sovrappone per continuare, si riscrive per concedere, e concedersi, altro tempo.

[Nel 2009, 50 anni dopo il reportage di Pasolini lungo le spiagge italiane, uscì questo libro, che voleva salvare il Pasolini scanzonato, diverso, il poeta e non l’uomo che doveva mostrare il suo coraggio e apparire sempre profetico, era un modo diverso di leggerlo, questo pezzetto era la premessa]

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2 thoughts on “Conto a estati, non a anni, il tempo

  1. Maurizio Schiano di cola ha detto:

    Tra tutto sto parlare a vanvera di Pasolini che si sente in questi giorni, finalmente qualcosa di valido. Bravo

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