Vi ho già tutti sognati una volta

L’universo pittorico di Fabio Mingarelli – fatto di complessità tecnica e fantasia riproduttiva – ha al centro perlopiù la donna e prima gli occhi di chi la guarda. I suoi ritratti portano in primo piano lo sguardo, rimaterializzandolo con colori e pennelli, mai banalmente rifacendo quello che è reale – se e quando lo è il soggetto di partenza – ma va oltre, esplicandosi in un incantesimo che tiene conto del tempo e dell’evoluzione, facendosi istantanea edonistica, e sempre con una raffinatezza che potremmo dire epifania corporea, anzi facciale (è difficile che il pittore ritragga un corpo intero). A Mingarelli interessano i frammenti e prima ancora gli attimi che passano sui visi che ritrae, rappresentando tutti i sentimenti possibili di quel tempo impresso sulle facce scelte. Non c’è rassicurazione nella bellezza delle sue donne ma una inquietudine o una promessa di inquietudine, alla lunga si intravede anche una speranza ma è sempre e solo una faccenda individuale. Nella laboriosità delle facce che passano sotto i pennelli di Mingarelli c’è l’asprezza – insostenibile – della vita reale, quella che registrano in silenzio i nostri specchi. E dopo c’è l’insofferenza e persino il dolore di chi sa guardare e deve farlo per tutta la vita. Guardatele quelle pupille sentirete echeggiare la grande pittura del passato italiano, associata al disincanto postmoderno. Il suo codice estetico è così alto da apparire semplice, la sua logica non è mai consolatoria ma sempre spinge sullo stupore, richiama stupore e rilascia stupore. Non c’è rimpianto su quelle facce mingarelliane ma la volontà di cercare quello che di unico tutti si portano in giro, ed è una linea, una sola, fosse ruga o giro d’occhio, una curva di naso o zigomo, la dentatura sghemba a o la rigidità di un mento, l’uscita dai corpi e dall’arte in uniforme, la sbalorditiva riproduzione di numerosi piccoli dettagli, nell’ambizione di svelare verità segnate sui volti visti o immaginati. L’elaborazione della verità o della menzogna che le facce si portano nella profondità dei tratti, la decifrazione di una identità nascosta, la rivelazione sessuale o meno, il peccato o l’omissione, tutto in un minimalismo di luce e segno. Quello che colpisce è la plausibilità di queste notizie, soprattutto quando il soggetto non ha una verità reale, non è un ritratto di una faccia vista, ma l’elaborazione di più facce, o meglio l’invenzione di una faccia. Mingarelli sembra averle sognate tutte, perché anche quando ritrae quelle di persone famose – e penso a Tyson – ne copre l’intera cifra biografica con la luce, ne scrive cadute e vittorie con il colore, non lasciando mai nulla al caso. La sua arte è un preciso segnale, seguendolo nel tempo, seguendo l’esercito di facce che disegna, dipinge, rappresenta, si può localizzare la stratificazione sociale, il cambiamento rivoluzionario del nostro paese. Mingarelli sceglie i volti come comunicazione pura, trasmissione totale, valore e sintomo di quello che gli sta intorno. Non c’è mai intrattenimento ma ricerca del definitivo, in una continua, molteplice applicazione, con una disciplina da samurai, un linguaggio e una educazione alla vista che lavorano sotterraneamente, senza neanche rivendicare troppa attenzione. È questa la sua forza, una stabilità di pittura su un tema fisso, con una indicazione precisa e un movimento enorme e continua dei dettagli. È nei lembi della decorosa malinconia dei piccoli segni che sta la felicità e la grandezza dell’arte di Fabio Mingarelli, nella sequenza rappresentativa delle facce di noi poveri umani, raccontati senza finzione, ridisegnati e svelati.

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