Mosche da cinema

Il 1984 fu l’anno delle mosche. In un primo tempo, per le sequenze in cui era prevista la loro presenza, avevo pensato di ricorrere a degli insetti meccanici. Ma le prove che avevo visto non mi soddisfacevano affatto: il corpo di un insetto è estremamente complesso, e le riproduzioni – per quanto accurate – avevano sempre qualcosa di finto. Mi dissi che avrei dovuto trovare un’altra soluzione. Allora mi venne in aiuto Maurizio Garrone, che era stato fondamentale quando in Suspiria si era trattato di realizzare la famosa scena delle larve che cadono dal soffitto. Fu proprio lui, infatti, a mettersi i contatto con diversi entomologi e allevatori, e alla fine riuscì a procurarsi circa sei milioni di larve di mosca.  Affittammo un enorme capannone climatizzato agli studi De Paolis, e lo sigillammo completamente in modo che nessun esemplare – una volta cresciuto – potesse prendere il volo. Le larve in poco tempo cominciarono a svilupparsi sempre di più, e quando il capannone iniziò a essere popolato da sciami e sciami di mosche fu sempre Garrone che si prese la briga di portare grossi pezzi di carne in putrefazione in modo che gli insetti potessero deporre indisturbati le loro uova. Sebbene ci fosse un odore nauseabondo, era emozionante avere accesso a quel capannone: mi bardavo da capo a piedi con uno scafandro e andavo a fare visita alle mie mosche, minuscole attrici impazienti di entrare in azione. Osservavo incantato quelle nuvole che si sollevavano al mio passaggio, e ronzavano tutt’intorno producendo un costante rumore di sottofondo. Gli esemplari nel frattempo avevano superato il miliardo, generazioni di insetti si succedevano con grandissima rapidità. Ormai erano pronte per essere portate in Svizzera, dove all’inizio di agosto avrei cominciato le riprese del mio nuovo film. Dunque attrezzammo un grosso camion dentro al quale, avvolte in veli sottilissimi, caricammo buona parte delle nostre mosche. Ma una volta raggiunta la frontiera i doganieri, per prassi, ci domandarono che cosa stessimo trasportando. «Mosche», rispondemmo in tutta tranquillità. Erano convinti li prendessimo in giro, e dopo un rapido scambio di battute ci dissero che volevano ispezionare il camion. Quando aprimmo i portelloni rimasero senza parole: c’erano mosche a perdita d’occhio.

 

 

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