I got the Blues

Segna, ma non ci mette il sorriso. Manolo Gabbiadini è allegro dentro, avrebbe detto Enzo Jannacci, oppure è l’attaccante che porta il blues: ‘o Giò di Pino Daniele di “I got the Blues”. La sua è una tristezza naturale, che lo conduce fuori dal cerimoniale post gol, in un entusiasmo privo di esplicitazioni, in un estetismo festante senza rito. Quello che viene dopo è contorno, che sia tristezza o connessione a uno dei tanti suoni che dipingono gli stati d’animo della città di Napoli, è una storia da antropologi come nell’ultimo libro di Michele Serra, “Ognuno potrebbe”, dove il protagonista studia un puntero triste uruguayano che non esulta dopo aver segnato, generando dubbi in chi lo guarda. Gabbiadini appartiene a quella categoria, magari è uno che non sa godere dei propri successi, e qua ci vorrebbe Albert Camus, oppure è solo un materialista che obbedisce alle sollecitazioni del mercato e del suo procuratore, tramutando quello che dovrebbe essere gioia risolutiva – dopo la ricerca del gol – in protesta per la propria condizione di subalternità a Higuain. Una sorta di sciopero della risata. Certo fa scalpore che nella città delle esagerazioni – come sa bene Giletti – ci sia un attaccante che mantiene una calma e un distacco da ufficiale rothiano, nel senso di Joseph, che tanti uomini così vide e raccontò mentre gli scivolava via l’impero austroungarico sotto i piedi. A Gabbiadini tutt’altro, gli si allungano campi, da titolare in Europa League e da mezzi tempi in campionato ma forse non basta. Ma sarebbe banale ricondurre a una ricerca della titolarità di posto in ogni gara la sua mancata esibizione della soddisfazione. Potrebbe anche trattarsi di un normalizzatore beniano, nel senso di Carmelo, tutto gli è dovuto: che sia un tiro dalla distanza o una ribattuta nell’aria piccola, perché egli è oltre prima e dopo il gol, che sia doppietta o meno, per quelli della sua categoria non c’è nulla da esultare, trattandosi di non umani. Qualcuno potrebbe obiettare che non conosce la fatica proprio del gol, pensando al Lavezzi – passato –: fortunato possessore di un dribbling e di un tempo garrinchiano ma purtroppo mancante di quella facilità che ha Gabbiadini, di quella dimestichezza con il gol e la porta. Oppure, il nostro Manolo guarda aristocraticamente al sorriso e all’esultanza come a una banalità terrestre, e trattandosi di un marziano – si spera non incorra in quel paradosso di Flaiano che lo vedrebbe soccombere della sua stessa marzianitudine – e non si mischia. Così, mentre tutti saltano, urlano, alzano braccia e facce, lui sta, immobile davanti ai suoi gol, godendo forse della sua differenza o interrogandosi per la sua fortuna e/o dono. È l’attaccante blues, legato dal turnover, condizionato da quei diciotto uomini che saranno anche buoni per fare un colpo di stato ma un paio, se non di più, risultano di troppo rispetto alla formazione titolare in campionato, generando la canzone e soprattutto l’espressione. Dove gli altri sfoggiano un uso eccessivo dell’esultanza lui si contiene, dove gli altri fanno dediche e alzano maglie, lui – al massimo – mette un pallone sotto la maglia ma senza quella sfrenata luciferina fusione tra un guerriero maori e uno sbandieratore del Palio di Siena. La sua è una amarezza da cantautore francese, ci fossero ancora le caricature dei calciatori bisognerebbe mettergli un maglione nero di lana a collo alto, il resto è Brel, Jacques Brel. Raggelante eppure coinvolgente, è innegabile che il Gabbiadini calciatore è inzuppato di classe, anche se ha una irresolutezza nel dopo. Si condensa in gesti definitivi, in una concretezza al limite della desertificazione delle espressioni, pervasivo nelle aree di rigore quanto assente fuori. In un paradosso extracalcistico che lo vede in bilico tra umano e post umano. Gabbiadini sembra non volere la pausa che genera il gol, in una continuità da catena di montaggio che sarebbe apparsa assurda persino a Cruijff, che in campo non è mai stato simpatico. È un calciatore in eterno stato autunnale, coltiva la mestizia da Central Park e la trascina fino al San Paolo, estromettendo da sé il calore napoletano, un dispari in un tempo di sguaiatezza e inutile sovrapposizione tra corpi. È intrappolato nei dilemmi dei sensi, in cerca di una modulazione diversa, o così cosciente e immerso nel gioco da considerare tutto quello che è esterno uno stato di inutilità. Come Francesco De Gregori sul palco, dice: il mio canto vi deve bastare. Libera il suo talento nelle azioni, vive tutto come interiorità, non avendo paura di apparire un prodigio non assimilabile. Una maschera di silenzio nell’eterna ammuina di Napoli.

[uscito su IL MATTINO]

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