Wonderful a me?

La scuola l’aveva fatta sul biliardo, e quando ci provava, dopo, si addormentava sulle solite prime due pagine di Umberto Eco, “perché Viola non legge nel senso concretamente semiologico della parola, cioè Viola legge quando telefona Pertini”, diceva Enzo Jannacci del Beppe suo amico, uno che avrebbe dato la sua memoria per la seconda palla di servizio di McEnroe, e comunque lo trovava sempre qualcuno disposto a volergli bene, purtroppo non si trattava né di Faye Dunaway, né di Gianni Agnelli, ma era buono, buono lo stesso per sua stessa ammissione come i panettoni difettati: troppo cotti, troppo crudi o con pioggia eccessiva di canditi. Era così Beppe Viola, entrato alla Rai nel 1961, dopo aver risposto negativamente alla domanda: “Lei è comunista?”; esagerato al punto di poter fare tutto, cercando di battere il record di mancata carriera: giornalista si è detto per brevità; umorista si è aggiunto per dargli il giusto che gli spettava: era quello che sapeva farti ridere, sempre; scrittore gli andrebbe detto ma allora non era come adesso, allora quando a Milano se dicevi partito nessuno rispondeva Lega e se chiedevi del Milan ti dicevano in coro di Rivera mica di Berlusconi, e dietro c’era San Siro col padre prima e poi lui a giocarsi tutto il possibile sui cavalli e quello che resta è per il Totocalcio, puttana Eva di tanti zii nessuno con i soldi, e l’amore te lo spiegavano William Holden e Jennifer Jones in un cinema di via Vitruvio o le poesie sui muri, siam tutti di passaggio. Whisky, rispettabilissimi giornalisti che poi hanno fatto carriera: loro, e lui, in mezzo, con l’impressione di essere preso per il culo, in transito come a centrocampo o davanti a un bar, a guardar passare palloni e anni, pochi, i suoi, ma buoni per noi e per quelli che verranno, per quelli che ancora leggeranno “Vite vere – comprese la mia” che torna in libreria con Quodlibet, e si rimette in gioco il mondo del Viola, per carità lasciamo perdere la faccenda dell’onestà: lui che avrebbe ceduto pezzi della sua rispettabilità per una villa sulla Costa Smeralda. In fuorigioco e in anticipo, l’han detto? E che scriveva lettere bellissime a chi gli aveva rubato l’auto? Cosa che gli ha impedito di battere l’altro record che inseguiva: quello del colesterolo più alto. Dando anche consigli ai fortunati ladri e scusandosi per gli inconvenienti: come non avere lo stereo e un sedile fuori posto e nel retro una vecchia guida Michelin da non seguire, mentre Marco Pannella cerca spazio per il tiro come un Gigi Riva, con soli due cappuccini a colazione, però. Beppeviola è così che è diventato, dopo la morte, un nome cognome che si stende su tutti quelli che vogliono guardare non solo al calcio, non solo allo sport ma alla vita intera: diversamente. Che, disincantati, malinconici, allegri, senza mai un dribbling un solo dribbling fatto con rabbia, cercato con rancore. Una ala che da sinistra a destra del foglio prima e poi al centro della tivù, regalava stupore, ad ogni servizio, per ogni commento, anche solo per come sorrideva prima di dire la battuta che aveva in mente e che poteva sempre costargli il posto ma come un tiro in porta o una scommessa all’ippodromo si dovevano fare, cercare, e poi mandare tutto a quel paese. Che poi era il nostro, riassunto in tre righe: «L’Italia viveva il suo consueto momento di disagio economico, Ugo La Malfa diceva sempre le stesse cose, il Milan andava malissimo e Cochi e Renato cantavano “a me mi piace il mare”». Dove lo trovate un altro così? Uno che si porta il suo idolo Rivera in tram – il 15 per la precisione –  e lo intervista o che manda il derby dell’anno prima alla Domenica Sportiva perché quello visto faceva pena, eh sì, zero a zero anche ieri sto Milan qua, e pure l’Inter non è che viene giù fischiando, con Jannacci allo stadio e in giro per la città nascono le canzoni ma niente a che vedere col quartetto Cetra o con quello che cantano alla Scala, era una roba differente che capiva solo Oreste del Buono. Perché Viola era proprio quell’insegna al neon che quando piove pare l’arcobaleno sul palazzo, tanto che ancora confonde la gente che legge in tram.

[uscito su IL MATTINO]

 

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