Canta ciò che tace

Lo abbiamo visto andare a meta passando su tutto e tutti compresi Tony Underwood, Will Carling e Mike Catt, l’abbiam visto diventare un videogioco, una griffe, una statua di cera, un personaggio di un film, purtroppo non lo vedremo invecchiare. A soli quaranta anni se ne va Jonah Lomu, uno dei nomi del rugby moderno, qualunque discorso sul rugby cominciava e finiva con jonahlomu, e comincerà e finirà ancora con lui, e a metà già si vedranno i campi e i titoli, le sue discese e la sua forza travolgente. Era il tre quarti ala più citato del rugby, conosciuto anche da chi non sa nemmeno in quanti bisogna essere per una partita con la palla ovale. In Nuova Zelanda era un re, per il mondo era il gigante che si era dovuto arrendere a una malattia renale – sindrome nefrosica – che dal 1995 cominciò a tormentarlo, lo costrinse a smettere di giocare tra il 1996 e il 1997 per poi tornare in occasione della Coppa del Mondo del 1999. Odiava perdere Lomu, “e se odi perdere trovi il modo per vincere” diceva, per questo non ha smesso di esserci, apparire, trasformarsi in ogni cosa che fosse gadget o evento come l’ultima Coppa in Inghilterra che lo ha visto testimonial, realtà o irrealtà, per disperdere il dolore che lo placcava senza tregua. Un trapianto di rene nel 2004 grazie al suo amico Grant Kereama, poi la dialisi, l’addio al rugby nel 2010, dopo un torna e lascia continuo che lo ha sfinito, il resto era giro del mondo per far finta di essere sani, per non mollare nemmeno fuori dal campo, mai, inseguendo un punto che non è arrivato, sorridendo, tra bimbi e tribune, donne e spalti, compagni e erba solo da guardare, niente più corse da carro armato, niente più zigzag da grattacielo tra i grattacieli, da gigante tra i giganti, niente di niente, solo giri per provare ad essere ancora il re del mondo, quello di cui ti puoi fidare, quello al quale passare la palla ovale e starsene a guardare mentre lui va, dritto o no, a meta, travolgendo ed evitando, fino a marcare il punto. Si è sposato tre volte, l’ultima con Nadene Quirk, con due figli in aggiunta, ha cercato di sprecare e sprecarsi in fretta, sapendo che non c’era molto tempo per giocare e soprattutto per vivere. I suoi genitori erano di Tonga, ma lui nacque il 12 maggio 1975 a Auckland, per fare la storia. E c’è riuscito, ha fatto quello che desiderava, è stato quello che aveva sognato da bambino, voleva essere il migliore nel rugby, voleva lasciare un segno e l’ha fatto: 37 mete in 63 gare con la Nazionale in otto stagioni; con l’aggiunta che era il più giovane esordiente della storia All Blacks: a 19 anni, nel 1994 contro la Francia. Nonostante i suoi 196 cm per 120 kg di peso faceva 10”8 sui 100 metri, un toro che correva come un ghepardo. Il suo record di mete: 15, in Coppa del mondo (marcature fatte in due edizioni), è stato appena eguagliato da Brian Habana ma non ancora superato. Ora scorrono su tv, rete e social, le sue quattro mete all’Inghilterra nella semifinale di Coppa del Mondo in Sud Africa del ‘95, soprattutto dove travolge Mike Catt – il suo tentativo di placcaggio ha contribuito non poco alla fama di Jonah Lomu evidenziandone la spinta e la forza – sono la sua prova d’immortalità, chi lo cercherà, chi vorrà capire, chi vorrà ricordarsi tornerà sempre a quelle quattro mete, il suo modo di scartare di lato e involarsi, di essere dispari, unico, grande come certifica il muro della Hall of Fame di World Rugby. Auckland Blues, Chiefs e Hurricanes i club con cui ha giocato in Nuova Zelanda, poi in Europa con i gallesi del Cardiff Blues, infine a Marsiglia dove ha chiuso. Lomu è stata l’eccezione che diventa presenza necessaria, il gigante custode della bellezza del gioco e del suo farsi. È uscito dal campo ma non uscirà dalla nostra memoria. Ora che il suo nome si scrive in maiuscolo e non sui taccuini ma su una tomba, ora che ci riappare la sua grandezza su larga scala, l’irregolarità biografica e fisica, la sua sofferenza – che poi lo rende umano –, ora che si contano le sue discese, le sue partite, le sue marcature e che si misura il suo vuoto: appare tutto l’insieme sproporzionato della vita del campione, la fortuna e la vulnerabilità, il suo farsi leggenda. Ha ripetuto spesso: “Pensate a quello che avrei potuto fare, se fossi sempre stato bene”, è quello che penseremo mentre ci facciamo bastare i sussulti e gli impeti, la supremazia di Lomu vista in questi anni: polvere di rugby.

[uscito su IL MATTINO]

foto di Scott Barbour e Ross Land 

 

 

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