Un Insigne a Verona

Insigne segna, il Napoli vince, e il Bentegodi si intristisce. Obbligato sempre a mostrare i suoi numeri, costretto ad allestire un varietà pallonaro, forzato ad apparecchiare tutto il repertorio che possiede, Lorenzo Insigne anche quando non ne ha, quando non gli riesce il tiro a giro o il passaggio illuminante e con uno stadio intero che lo insulta, alla fine esibisce se stesso, fa quello che deve fare e porta i tifosi del Verona al silenzio mentre abbraccia Sarri. Pochi minuti di grande calcio per inchiodare la squadra di Mandorlini alla mediocrità e riscattare il Napoli e l’enorme quantità di gioco prodotto che non trovava il gol. E, quando esce, si prende anche il lusso di applaudire gli ultrà che lo fischiano, con un sorriso leggermente sarcastico a un angolo della bocca, quello che dice il Vesuvio non lava Napoli ma toglie punti al Verona. Lorenzo Insigne che aveva intrecciato più e più volte ma senza riuscire a trovare il gol, che sembrava in affanno e anche in sofferenza rispetto agli insulti – cominciati subito dopo le note de la Marsigliese in solidarietà alla Francia dopo gli attentati di Parigi – che gli piovevano copiosi addosso dagli spalti, dovendo interpretare il meridionale calimeresco, per un contrappasso, alla prima palla di un Hamsik che bordeggia la perfezione, cuoce Rafael, in una rapida questione di spazi e proporzioni, con una velocità dattilografica: stoppa e segna, dal centro dell’area. Ristabilendo il giusto distacco tra la testa e la coda della classifica, tra chi gioca a calcio e chi si limita a difendersi, tra chi ha un linguaggio articolato e chi balbetta in ripartenza. Poi va anche da Sarri, lo stringe per uscire dall’apnea dei suoi errori passati. E da dopo il gol di Insigne il Napoli modella la vittoria, aumenta oltremodo il possesso del pallone e porta Higuain al raddoppio in una linea di scaltrezza calcistica che dall’onnipresente Hamsik passa per Insigne e arriva all’argentino che deve solo infilare la palla in porta, e lo fa, calando anche il Verona della tragica condizione di ultima in classifica. Dispiace che mentre l’Europa prova – cantando la Marsigliese – ad annullare le distanze, ci siano ancora queste divisioni tutte italiane che trasformano Insigne nel Manfredi di “Pane e cioccolata” al momento del gol, dopo aver corso e giocato un tempo e mezzo sotto una tempesta di insulti razzisti, trasformando una partita di calcio in una contrapposizione Nord-Sud che appare ridicola prima che inutile. Così il gol del piccolo Insigne pare un dono cinese, una reliquia che ristabilisce priorità, e dietro di lui si vedono le facce stropicciate di sonno e appese ai treni del passato, e poi la soddisfazione su quelle facce che solo il rumore di certi gol sanno segnare più delle rughe. Un guizzo che illumina e cancella, un tocco di scapigliatura nella trincea mandorliniana, con i parametri che saltano e i cori che diventano più inutili di quando sono stati scritti e pensati. Si capisce il gioco di provare ad irretire un calciatore che spaventa, di cui si conosce la supremazia – anche a dispetto di Antonio Conte che dice di poterne fare a meno – e allora giù stereotipi e invocazioni di cataclismi: eruzioni, terremoti ed epidemie, in una rincorsa affannosa e in canto, di una condizione sconosciuta e per questo doppiamente ascrivibile alla categoria delle bassezza da canaglie, ma il calcio riscatta le guerre – lo ha insegnato Maradona agli inglesi – e ammutolisce le filastrocche razziste, con un ragazzino che non ha altro strumento culturale che il suo talento calcistico. Ai Romei della curva veronese è sempre mancata l’ironia, mai la prevedibilità, la loro concentrazione estrema nel marcare differenze alla lunga fa perdere di vista la realtà, riducendoli ad essere i “banalini di coda” del tifo italiano. A Insigne non è sfuggita l’occasione di poter far sorridere quello che era offeso, di irridere quelli che offendevano, e con un tocco preciso – ai limiti dell’irritante – che dal centro dell’area veronese arrivava al palo a destra di Rafael e poi alla rete: ha portato mezza Italia a darsi di gomito e sorridere. Lasciando il Verona nel fondo, e i suoi tifosi in quel luogo indistinto e caotico che è la penombra dei ricordi.

[uscito IL MATTINO]

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4 thoughts on “Un Insigne a Verona

  1. Alfredo Gambarota ha detto:

    stupendo articolo…come al solito

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