Da Rutelli al Partito Comunista Cinese: metodi e ricerca

In tribuna c’è Francesco Rutelli, ormai dirigente ritirato a vita privata – una sorta di Ferguson – che paragona la Margherita alla cantera del Barcellona per capacità di produrre talenti. In mezzo al campo, c’è l’arbitro Boldrini che sentenzia l’elezione di Mattarella senza nemmeno doversi più chiedere attraverso Concita De Gregorio – come avveniva per i tedeschi ai danni del Brasile – perché non si fermano? Davanti ai voti che fioccano inaspettati, proprio perché dichiarati. L’ultrà Moretti che inveisce proprio contro Rutelli e Fassino, urlando: «con questi dirigenti non vinceremo mai», è la dimostrazione che il calcio è attesa e lenta costruzione e soprattutto che la curva non sa aspettare.

Il problema del centroderecha, a questo punto, ricorda quello del falso nueve, con una rosa ampia di candidati ma tutti terzini provenienti dalla Lega che come cantera non è il Barcellona di Rutelli, e sotto porta non la mettono dentro nemmeno se gliela passasse don Alfredo Di Stefano: si va da Matteo Salvini a Flavio Tosi, mentre più a destra si inneggia allo schema Fallaci, cioè: donna che fa l’uomo e picchia a prescindere più di Montero e Passarella, ma la Giorgia Meloni non c’ha il fisico, è troppo un Del Piero, solo che lei non è stata in India nemmeno per i marò, e certe esperienze contano se poi vuoi sederti sulla panchina della nazionale.

In questa fase dove lascia persino Giuliano Ferrara – che dopo Arrigo Sacchi, è il migliore allenatore dell’era Berlusconi –, ci vorrebbe Federico Buffa, con le sue iperboli d’oralità, la mimica post Lucarelli, i tic verbali alla Celestini (Ascanio), e la pronuncia da doppiatore o hostess, scegliete voi. Mancando un Omero ci accontentiamo di uno scrittattore come Buffa che seduto ad Arcore ricostruisce gli errori di marcatura nella partita presidenziale imitando l’accento di Ruby. Anche se vorremmo Bernardo Valli che è l’unico vero grande vecchio del calcio giocato.

Il dramma politico italiano, invece, superiore a quello della corruzione e della carenza culturale in politica dopo gli anni novanta, proprio restando al Barcellona, è stato l’assenza di un Cruyff, un grande pensatore che venisse in Italia portando idee innovative, a noi

son toccati centrocampisti come Tim Parks: che scrive dei treni – il calcio è tutto nel passaggio da rapido a freccia – quando abbiamo già la migliore ala destra ferroviaria del mondo, Paolo Rumiz, e sulla stessa fascia un terzino come Marco Paolini; Stille, Friedman, e i giovani che manda il “New York Times” a marcarci per le città italiane non lasciano nulla di buono e «non fanno bene al calcio», lo vede persino Ernesto Galli Della Loggia.

Intanto, il partito più a destra del mondo, quello comunista cine­se, ha capito che il calcio è fondamentale per il governo. Ma ci deve essere un problema che lega la mancanza di libertà fuori dai campi alla libertà del gioco in campo. Certo, i programmi governativi cinesi hanno funzionato con le Olimpiadi, quindi su scala maggiore e con più sport, ma per ora tutti i tentativi col pallone sono andati maluccio. «Il football per anni è stato fonte di imbarazzo nazionale, per questo i vertici statali hanno varato un piano per promuovere la competenza calcistica». Il presidente Xi assicura che i cambiamenti saranno tangibili, «perché questo è il disperato desiderio del popolo». Sono lontanissimi dai risultati non tanto perché si affidano a Marcello Lippi e Fabio Cannavaro, o a miliardari come Wang Jianlin, che ha acquistato i diritti televisivi del calcio italiano e parte della proprietà dell’Atletico Madrid, ma perché ancora non scrivono fútbol. Xi Jinping dice che devono «spazzare via i difetti istituzionali» e la mette sui numeri e le differenze, entrando col piede a martello – direbbe Fabio Caressa –, come fanno sempre i cinesi quando si tratta di prepararsi in vista di una conquista: «Noi, 1,3 miliardi di cinesi, abbiamo perso con la Thailandia, 65 milioni di abitanti, per un quarto militari, per un quarto monaci, un quarto trans e solo il resto utile per il vivaio calcistico». La Thailandia è colpevole di aver battuto in casa la nazionale cinese 1 a 5, e di avere nella sua rosa demografica almeno tre varietà di genere per ruolo, nonostante la Cina possa vantare la panchina più lunga del mondo, una slot machine di combinazioni e cambi, che le permetterebbe un turnover da far impazzire Rafa Benitez.

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