Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare

È morto come Bohumil Hrabal, raggiungendo il culmine del vuoto, gettandosi da un balcone. Mario Monicelli, si è suicidato come suo padre.  Spigoloso, fuori dal coro, ostile fino alla presunzione. Aveva una ironia dura, che veniva scambiata per cattiveria. È scappato da una stanza d’ospedale che è sempre una storia conosciuta, quando hai novantacinque anni. Ha preferito un salto con rumore di ossa alla solitudine del tempo, lungo, sfruttato al meglio e vissuto con leggerezza invidiata. Ha lasciato agli altri l’età rallentata che è la vecchiaia. Le cure per un cancro alla prostata. I piccoli dolori, l’angoscia dell’attesa, il ripetersi dei giorni. Si porta via una abbondante scorta della nostra immaginazione che va da Totò a Sordi passando per Gassman. Ha passato in rassegna generi e generazioni. Con lui cadono da quel balcone gli ultimi esempi di una Italia sgangherata che sapeva raccontarsi e stupire, senza lagnarsi, senza aspettarsi nulla, colpendo allo stomaco, senza nessuna paura. Come ha trattato la morte. Senza sconti. La sua è una eutanasia al secolo che ha vissuto, alla stanchezza che non ha fatto in tempo a vincerlo. Le sue storie erano immediate, le sue immagini secche come il corpo esile che si ritrovava. Era un uomo dispari che non apparteneva se non a se stesso, che non sopportava le esagerazioni e che non ha mai diretto un kolossal. Piccole storie che riguardavano tutti. Irrequieto, ha deciso che poteva bastare così, che sarebbe stato lui a decidere della sua vita. È sceso, scappato, lungo la notte romana, nel silenzio. La sua è una storia che ci riguarda, come una biografia al rovescio, senza tromboni, senza tamburi, fatta da sinistra, a testa alta e senza mai lodarsi, con una fermezza che aveva anche – ben nascosta – pieghe di poesia e dolcezza. Ma dovevi scavare, cercare, guadagnartele.  Ci fu una gran festa e un film per i suoi novanta anni, e lui quasi assente, indenne, un imperatore timido, scomposto davanti a omaggi e complimenti, diceva: «vi siete accorti di me perché sono rimasto solo io». Non era così, e sotto sotto lo sapeva, ma non si è lasciato ubriacare, né fregare mai dal successo, che pure ha avuto. Si è lasciato invece vincere dall’istante più impossibile, quello della stanchezza di vivere e sperare. Ha scelto una morte feroce per andare via, l’immediatezza scomposta di un salto dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, lasciando calendari e cateteri, amicizie, progetti appuntamenti, e soprattutto lo schiamazzo di una Italia che non gli apparteneva che non gli piaceva, e che fino all’ultimo non ha risparmiato. È probabile che a chi gli domanderà «Senta, scusi, che paese è il suo?» risponderà come a Mastroianni ne “I compagni”: «Un paese di merda».  O forse no, risparmierà per una volta l’Italietta. E gli parlerà della sua disillusione che gli ha permesso di guardare la storia di lato, e raccontarla come nessuno. Adesso diranno che era padre della commedia all’italiana, del cinismo, in realtà a lui sarebbe piaciuto che si dicesse che era padre solo di sua figlia. Quando suo padre si uccise, disse: «Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto». C’è tutto Monicelli già. Diceva anche che quella era stata l’ultima volta che aveva pianto. Si salta per voltare pagina, si salta per smettere di soffrire, si salta e ci vuole più coraggio e forza per farlo a novantacinque anni nella città del papa e in una Italia che vuole tenere in vita per forza anche chi in vita non vuole restare, e non perché non la ami ma perché tutto ha una origine e una fine, e quando la fine tarda ad arrivare e devi aspettare al freddo, preferisci saltare.

[questo articolo è stato scritto per IL MATTINO la sera della morte di Mario Monicelli]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,

2 thoughts on “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare

  1. rodixidor ha detto:

    Non ci provare. Bello quello che dici di questo grande vecchio e che che condivido in massima parte. Uomo dispari come sai dire tu. Uno che diceva che l’Italia ha un grosso limite nella sua genesi: la sua formazione non è passata per una rivoluzione ed è un grosso limite per una nazione. Sì, ma non ci provare, il gesto estremo non va spiegato, non può essere spiegato, ci colpisce ed automaticamente cerchiamo di comprenderne le motivazioni, ma stiamo parlando di noi stessi non di lui. Chi compie questo gesto di libertà o di profonda angoscia, chissà, merita solo il nostro silenzio, perchè lui ha scelto di andarsene mostrandoci il dito medio, come sapeva fare lui.

  2. […] vent’anni dopo” va aggiunto un nuovo colpo, quello de  “L’ignoto Guttuso”. Dopo Mario Monicelli, Nanni Loy e Amanzio Todini bisogna cercare un altro regista che sessant’anni dopo il primo […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: