La caduta

In porta, più che in qualunque altro posto, si capisce subito che la vita è imprevedibile. Negli occhi c’era ancora il Pepe Reina invulnerabile che si allunga a deviare sul palo il colpo di Miranda e nega il pareggio all’Inter, che quando è caduto sotto il tiro di Mattia Destro: ci pareva impossibile. Signora ha presente il crollo di una diga? Ecco, qualcosa di simile. Succede. La palla non ti arriva mai quando e dove la aspetti, a volte ubbidisce a volte no, a volte fa quello che le chiedi mentre ti viene incontro a volte no, a volte si affeziona ai tuoi piedi e soprattutto alle tue mani a volte no. La palla è subdola, per questo don Alfredo Di Stefano le eresse un monumento nel giardino di casa, sapeva che con lui era stata una dea accondiscendente, aveva ubbidito. Ma se la palla è subdola il calcio è teatrale, e si nutre di colpi di scena, così l’eroe di ieri è il capro espiatorio di oggi, il salvatore del passato diventa il colpevole del presente, il migliore si trasforma nel peggiore. Succede. Solo stando in mezzo ai pali ti rendi conto di quanto è difficile. Lo diceva Albert Camus, portiere e scrittore, e parlava di “au milieu de bois”, giocare in porta come stare tra i boschi, esposto ad ogni predatore. Solo. E con una grande tensione interiore, che si vede tutta nei rilanci. Sapendo che in ogni parata c’è una contraddizione, in ogni uscita un rischio, in ogni tuffo una caduta, dalla quale sarà difficile rialzarsi, se la palla sarà passata. Non è un caso che il portiere di hockey su ghiaccio Ken Dryden in “The game” rifletta sulla propria paura del disco, arrivando a una consapevolezza della parata che è sempre effimera e destinata ad essere dimenticata rispetto al gol, che sia hockey o calcio, palla o disco. Succede. E lo sa anche Antonio Mirante, portiere del Bologna, sembrava la sua domenica, le prendeva tutte a Higuain, facendo il Reina, e quando si era convinto che tutto fosse andato per il verso giusto – fuori dalla sua porta, ovvio – è “caduto alla difesa”, anche lui, infilato in tre minuti, passato da santo a saponetta. Una linea sottilissima (bianca, of course) che separa l’impresa dal fallimento, la gloria dalla figuraccia, sempre, ad ogni singolo tiro: qualcuno lo prendi, qualcuno va fuori, qualcuno ti frega. Succede. Un bravo portiere è quello che riesce a salvare il salvabile anche quando subisce gol se poi riesce a salvare anche l’impossibile e a Reina più che a Mirante capita spesso, allora bisogna lasciar correre le domeniche sbagliate, quando la palla ti rimbalza davanti, non mostrando nessun rispetto per quello che sei, dimenticando quello che hai fatto. Il portiere deve dare il giusto peso alle cose e imparare a convivere con gli errori, non c’è consolazione possibile su uno sbaglio né deve correre il rischio di arrovellarsi troppo, anche se il Napoli scivola dal primo al terzo posto. Succede. Pepe Reina trasmette continuamente una impressione di potenza, rispondendo alla prima caratteristica di un grande portiere, per questo quando sbaglia fa più rumore, per questo quando cade si alzano più parole, per questo quando subisce tre gol è un evento. Aveva avuto domeniche di dolore nel suo primo anno in serie A col Napoli, ma allora la squadra non era lanciata come ora, non c’era l’armonia tra il portiere e i terzini, per questo fa più male ma probabilmente i due gol di Destro e quello di Rossettini, Reina, li avrebbe presi anche in albergo, perché il vero Reina, sul primo sarebbe uscito a valanga, sul secondo si sarebbe allungato a deviarlo e il terzo lo avrebbe bloccato a terra, su tre ne prendeva uno – di gol –. Succede. Gli è mancata una frazione di secondo, quella che separa i grandi portieri dai portieri, quella frazione di secondo che aveva avuto al San Paolo e che è mancata al Dall’Ara. In alcune partite i portieri come lui sembrano avere addirittura più tempo degli altri, quasi che i loro secondi durino più dei secondi degli altri, avallando la teoria di David Endt, ex commissario tecnico dell’Ajax. E poi, di solito, Reina appare come il mago degli angoli, più gliela piazzano lontano più lui si allunga a prenderla, più la alzano negli incroci più lui ci arriva, tanto che in alcune partite sembra più lungo di dieci centimetri per come vola a coprire gli spazi. In altre, si mancano i cross, si esce a vuoto, ci si butta prima, si perdono il controllo e la misura, subendo gol stupidi, col la palla che umilia i gesti: lenta e beffarda. Passando al portiere tutta la tristezza e l’abbandono del mondo. È successo.

[uscito su IL MATTINO]

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