Marinai perduti

mi arrivano barlumi d’innocenza, voce di bimbo commovente, inutile e marchiata ormai, pecora nera, di infanti e d’innocenza era pieno il ponte, hanno perduto respiri e padri, leggerezze d’un dio distratto. ci sono casi e casi di naufragi e supplizi ai quali hanno levato esistenza, ma il crimine per cui mi danno è altro, è dispari e solo, il mio essere stato risucchiato dal gorgo. ero al carbone, marinaio di fatica e turni faccia scura, buttavo dentro e non facevo domande, per compagnia: una bottiglia di sherry, un sonnacchioso sguardo, un cappello a cilindro, un irlandese orecchi piccoli denti d’oro e topi, fumo, calore, petto avvelenato, braccia forti, unico amico sponda di fiume: un olandese faccia bianca, due dadi per tasca e la storia d’un massacro quando cala la notte. il resto dell’equipaggio è fabbrica affollata, nessun maragià, qualche farabutto coltello pronto e imbroglioni a orde, bugiardi lavatori di ponti, spie e tessitori, ubriachi e consolavedove, ambasciatori di tormenti, ex arrampicatori di vele, assaggiatori di vento, qualcuno parla altri mangiano, fedeli solo alle sterline, pronti a pugnalarti baciando su ambo le guance, contorsionisti di lingue e situazioni, risolutori di rebus e attaccapeste, accarezzaturbine, musulmani a tempo, arabi di manica larga e pugni stretti, amnistiati ma con medaglie d’assassino al petto, spiegastronomia da stiva, risolvipene dolori et paure, negri con teste di tori, negri arruffacaldaie e negri sorvegliaponti, ragazzini con segni precoci di maledizioni, tiranni della corda e dei remi, guardaporte con due vipere per tasca e pane raffermo ingannapesci, epilettici da prua e pazzi che fanno il verso a poppa, ottusi ufficiali sguardo rivelante, peccatori timidi di cilicio e frusta, pregevoli facce di fiamme dipinte, musi da capezzoli di velluto, ambulanti denigratori del capitano, bambocci da culla con ambizioni da dongiovanni, garzoni calunniamare, ebrei erranti faccia di sughero, zoppi con protesi d’argento, strilloni con un solo rene, pugili e farabutti, e ventuno nani di cui uno, diceva, grattandosi un piede: d’esser l’anticristo, e gli altri di nascosto si facean il segno della croce, mentre gli italiani recitavano il rosario bevendo rum, teste rapate con codino che mi parean fossero cinesi, mai un lamento: manco per le tempeste o la brezza freddo di mare, e io corvi sulla testa e torpore in petto, fuochista, seguivo i miei turni guardingo e muto, evitavo la forca del gioco e curvo come ora sulle mie gambe scrivevo, quando la fatica mi lasciava spazio, di donne e carne ferina, di spille e città, pettinandomi i baffi fra un rigo e l’altro, ricordavo tutto: sovrano d’ogni faccia oggetto avvenimento, sbirciavo e scrivevo, conservo strade tutte insieme per occhio e istanti, inverni e peccati cardinali, risate e mani di vecchi, spezzoni di sigari e mezze pagine lette, scale e voci di vicolo in lontananza, bufale di giornali e stecche di baritono, scalcagnate storie di porti e bettole, il lilla di una nuvola e il verde di liquore, il capogiro sul mio piede sinistro e le braccia incrociate del capitano, lo svolazzo goffo e lento d’un albatros, la faccia olivastra del mio primo padrone e il culo della sua imponente moglie che non nascondo d’aver sognato e bramato, poi mi affrancai dal pensiero con una sveltina da angolo di strada: capelli scuri, reggicalze e pelle di gatto, oh certo, ricordo il male e il bene ma non li distinguo più: da questo avamposto d’intimo patimento.

 

 

 

edificato post vita, sera di primavera, da jack waldmann, fuochista,  testimonianza raccolta da me, cercando di immaginare quelli che c’erano

[tratto da “Pace alle acque”]

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