Una mappa d’amore sui muri di Napoli

Una città ai suoi piedi e una alle sue spalle. Ricordi sparsi sui muri, persi nei quartieri, senza distinzione: alti e bassi. Maradona aveva unito «le due Napoli». Le annodava e le costringeva a seguirlo, a stargli dietro, incollate alle sue gesta, perse nei suoi giochi. Lui si sbizzarriva in campo e loro sulle pareti. Lui segnava, stupiva, vinceva e loro scrivevano, disegnavano, graffiavano: palazzi, case, piazze. Nascevano altari votivi come adesso statue di Padre Pio. Lui riscattava e loro erigevano. Santo, re, messia. Ironia e orgoglio prendevano forma. Sghembe, ondeggianti, colorate, le scritte erano la memoria che correva sui muri. Una mappa d’amore, che si infittiva di continuo, fiorendo in ogni punto. A Napoli ogni sentimento si manifesta in pubblico, non esistono silenzio e riservatezze, così: giù murales, frasi, facce. Arrivò, meravigliò, dominò. Le sue discese erano vuoti colmati, pene sanate, desideri resi reali, che che la gente sentiva il bisogno di imprimere sul muro di fronte casa, nel parcheggio sotto il palazzo. Gol e vittorie erano gioie da condividere. Fino a creare posti mitici e alternativi da visitare. Un tour nei luoghi di Maradona. Opere d’arte, blasfeme, nate dall’improvvisa scoperta della vittoria. Dalla presa di coscienza. Scudetti e coppe che finalmente diventavano realtà, arrivavano sul serio e non erano più utopie da inseguire. Rimaneva lo stupore. Incredulità che veniva dall’animo e dall’abitudine alla sconfitta, alla sicurezza di non potercela fare. Gli altari nascevano dai miracoli sportivi che Maradona aveva reso abitudini. A 14 anni dalla sua fuga, i muri di Napoli ancora parlano. I templi rimangono. Molte scritte, invece, sono state ingoiate dalla rassegnazione, sopraggiunta dopo l’epoca d’oro. Scomparso il re, il suo esercito è riprecipitato nell’oblio. A San Biagio dei librai accanto all’entrata del bar Nilo l’altare votivo c’è ancora: «Per un periodo è stato dentro ma poi le guide turistiche ci hanno chiesto di metterla fuori» dice il proprietario del bar Bruno Alcidi. Eretto dopo il primo scudetto del Napoli nel 1986: foto di Maradona da giovane e capello originale accluso: sotto vetro, vera e propria reliquia, gradassa esibizione, e una turista tedesca stupita fotografa, intanto. Non sa nulla del ritorno, e nemmeno può capire le pacche sulle spalle e i sorrisi che seguono gli appuntamenti allo stadio per rivedere il fenomeno. Lui non deve fare nulla, l’importante è che viva e tenga in piedi la leggenda, il mito, il circo. Al resto pensano loro, questa immensa folla eterogenea che sfodera episodi: reduci che hanno visto e ragazzini che anelano vicende, storie, particolari. A Forcella, però, il club Maradona è chiuso. La serranda abbassata, macchiata, arrugginita. Ma l’insegna è integra. La passione anche. Si sente, respira,il fremere nell’attesa. Non succederà niente questa sera, ma non importa che lui giochi, non servono numeri, basta che sia qui, di nuovo, a promettere, rilanciare, far sperare. Nei bassi le tv sono accese già. In uno spiazzo, fra le auto, un gruppo di ragazzini allegro gioca a calcio, fragili porte, motorini intorno, maglie varie, si dribbla masticando il nome del fenomeno argentino. Nessuno lo ha visto giocare con la maglia del Napoli, hanno appreso di rimando, una sponda di storie che rimbalza da bocca a orecchio. Uno di loro, pentito, si giustifica per la mancanza di folklore e ricordi: «C’ha pigliato alla sprovvista, nessuno pensava che turnasse». Nella Sanità hanno cancellato il grande volto di Maradona che dal marciapiede sorgeva, «chillo n’fame ’a pittato tutte cose», dice il meccanico che si fregiava della vicinanza. Anche qui si sente la partita come una vera, ma non per Ferrara «che è ‘nu bravo guaglione», per il solo fatto che lui calchi di nuovo il campo, stia e tenga in bilico la sua gente. Nei Quartieri spagnoli alla salita di via Emanuele De Deo, su un muro cieco c’è un Maradona gigante, che sinuoso domina uno squallido parcheggio. Purtroppo ha perso il volto, ora al posto della sua faccia da scugnizzo con i suoi occhi vivacissimi mai domi, mai fermi, c’è una finestra. Oltraggio, avvenuto dopo la caduta del re. «Tanto quando torna più?» dice un’anziana signora che stende i panni di fronte. La scritta «Mars» (allora sponsor della squadra) ancora in petto, al centro della maglia sbiadita come la folta chioma del campione,  che allora aveva riccioli e vita da consumare. Lasciamo i quartieri popolari per raggiungere Posillipo, via Scipione Capece, dove Diego Maradona abitava. Nessuno per strada. Ville chiuse, giardini in fiore, vista mare. Dove le navi della marina militare tirate a lusso fanno le prove, chiude la scia delle onde un sottomarino. Giriamo a vuoto in cerca dell’abitazione. Poi, Frascesco Battimelli, portiere di un caseggiato poco lontano, ce la indica. «Prima era una processione, addò sta ’a casa ’e Maradona? Mmò mi chiedono addò sta ’a chiesa e S. Antonio». La casa è disabitata. «C’hanno mette ’na targa qua» ci dice il custode Sergio Finelli, teso per la partita. In via Orazio c’era la scritta: Diego, anche il sole risorge. Scomparsa, non serve più. Ora c’è un «Carlo vive», e più giù «Superman ti amo». Altri miti, altri desideri, altra generazione. Da via Manzoni lo stadio, ancora vuoto, luccica al sole. In via Petrarca sono «Duri e incazzati», ma disinteressati all’evento. Stiamo andando a Soccavo al campo «Paradiso», quello dove Maradona giocava nel fango, cadeva e si rialzava, una molla, con la palla che rimbalzava sul suo corpo senza mai toccare terra. Il campo è in disuso. Il cancello azzurro, quello dove Diego sfilava in Ferrari, sbarrato. Di fianco c’è un «Vincere», sbiadito, che potrebbe anche essere un rigurgito del ventennio. Alla guardiola c’è Riccardo Pupa, custode di una fortino desolato. «No, non ci gioca più nessuno». La sala conferenze è occupata dai due pastori tedeschi che vigilano su un campo glorioso, ora vuoto. Una fortezza Bastiani. Non verrà nessuno. Né tartari, né campioni. Fine della storia. Fuori c’è una coppia che litiga in auto. Il resto è un muro di tufo scorticato dai «Ti amo». Rifiuti e solitudine. Questo è il catalogo. Altra atmosfera si respira a Fuorigrotta, sembra di essere tornati indietro. Legioni di magliette con il 10 sventolano di nuovo, facendo il paio con il faccione di Diego. Fine dell’abbandono. Come il mitico re del Portogallo Don Sebastiao, scomparso durate la battaglia di Ksar el Kebir, di cui parla Vargas Llosa, aveva promesso ed è tornato. Il resto lo leggeremo sui muri.

[questo pezzo fu scritto il pomeriggio prima dell’addio al calcio di Ciro Ferrara, evento che riportò a Napoli: Diego Armando Maradona, era il 9 giugno del 2005, uscito su IL MATTINO]

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