Koulibaly: da Hulk a Diabolik

Piano piano emerge in una sfrontatezza non solo fisica ma tecnica. Messi da parte gli squilibri di posizione, regolate le asimmetrie d’intervento, Kalidou Koulibaly, è diventato indispensabile per il Napoli di Maurizio Sarri. Rassicurante in un reparto che andava rimodulato. Instancabile, è su ogni pallone destinato a Edin Džeko, gli respira addosso lasciandogli raramente la possibilità di staccare di testa o di girarsi. Allunga le sue gambe su ogni cross della Roma, arriva a coprire e corre ovunque sia possibile, concedendosi una ruleta e poi anche un colpo di tacco nel finale, dopo l’ennesimo recupero. Guasconerie per il San Paolo. In una serata incantata diventa l’unico stregone del Napoli che si ribella, davanti al maquillage di Garcia e alle prodezze di Wojciech Szczesny su Hamsik. Non c’è da percuotersi il petto per il pareggio ma da guardare a quello che trova conferma: Koulibaly. Capace di rimediare anche agli errori – certo ridotti sensibilmente – di Albiol, ai cali di Hysaj, alle discese senza ritorno di Ghoulam, mettendo fine al disordine che regnava nella difesa napoletana. Un vero montante, sul quale agganciare le speranze. Il difensore senegalese ha mostrato una prospettiva di cambiamento in meglio, raffinandosi, perdendo gli interventi a vuoto, imparando a dosare ogni entrata sui calciatori avversari, e tirando fuori anche una discreta tecnica, e a far sperare che possa davvero raggiungere Thuram. Ha fatto vedere una disponibilità psicologica e una volontà sia nel cercare una disciplina sia nel lasciarsi educare da Sarri, oltre un processo di apprendimento e cura nella disposizione in campo e nella difesa del suo spazio. Imparando a misurare la trincea mobile che è chiamato a dirigere. Tirando fuori una inclinazione al comando – sotto la guida di Reina, ovvio – che sembrava non avere. Si è messo alla ricerca di se stesso, e da stregone si è liberato dei suoi demoni – i numerosi errori della passata stagione – senza remore e senza temere le ricadute. E non nasconde nemmeno il sentimento di profonda soddisfazione che prova ogni volta che annulla l’attaccante avversario, ogni volta che in tackle interrompe l’azione della Roma, ogni volta che di testa spezza un cross, riuscendo a sostituire tutto quello che prima era solo fisicità in precisione d’intervento, anticipo di pensiero, senza trascurare l’estetica dei suoi gesti. Prima era scomposto, imponente e poco preciso, sembravano aggressioni le sue marcature, ora ha una presenza ossessiva, che disarma, si fa ombra, con una esibizione rilassata dei gesti, trovando anche il tempo per sorridere e stupirsi. È passato dalla dimensione Hulk a quella Diabolik. Una trasformazione che lo porta, spesso, ad essere il migliore in campo, come nella partita contro la Roma. Ma deve completare il processo di uscita dal conformismo del ruolo, deve stracciare le ultime diffidenze che lo accompagnano, andare sui calci d’angolo e far pesare il suo corpo, diventare l’intruso nell’area avversaria. Acquisito il controllo in difesa, divenuto elemento di saldezza, ora deve passare al livello successivo, incrociare le traiettorie sui calci d’angolo e farne gol. Nonostante gli schemi di Sarri, quello dei calci piazzati rimangono occasioni ancora non sfruttate. A Koulibaly non manca molto al pragmatismo assoluto che si chiede a un calciatore, a prescindere dal ruolo. Al suo cambiamento manca la perfezione: dovrebbe velocizzare le sue verticalizzazioni quando Jorginho è coperto. Assecondata la sua vocazione al controllo del reparto, perse le distrazioni, ora tocca lavorare di fino. Deve affondare nello spazio sciamanico dove si evocano le forze misteriose della crescita, e gli spiriti animali del calcio sono chiamati a raccolta, chieda a Roger Milla.

[uscito su IL MATTINO]

 

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One thought on “Koulibaly: da Hulk a Diabolik

  1. […] al Napoli la sua ottava vittoria consecutiva e a Higuain il suo ventiquattresimo gol. Insomma, Koulibaly su tutti, mancava solo che fischiasse melodie mentre usciva palla al piede dalla difesa, con una quiete […]

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