Riprendere i sensi

Piccolo e invisibile, Dries Mertens, passa tra i calciatori del Verona, serpeggiando. Trasformando la sua vocazione in pavloviana dimestichezza. Comincia da lontano, a ridosso del centrocampo, con una serie di scatti col pallone inchiodato ai piedi, riducendo i suoi marcatori: Bianchetti e Moras, in assonnati spettatori del suo passaggio con i compagni Helander e Checchin, il resto lo fa il portiere Coppola lasciandosi beffare dal suo tiro mancinissimo. E non gli resta che contemplare, sconsolato, il pallone alle sue spalle. È passato come un’ombra, potremmo dire che la sua è una metafisica abilità, oltre gli schemi e le marcature. E prima, Mertens, aveva liberato Higuain sulla sinistra in una conversazione con El Kaddouri, senza interventi veronesi, per il primo gol del Napoli. Mertens torna a giocare titolare e rimaterializzandosi sulla sinistra, da solo, prende a sfrecciare di continuo oltre la linea difensiva del Verona. Controlla il pallone e supera sempre almeno un avversario, in corsa, con una precisione sciistica. Infliggendo dribbling e irrisioni. Con una continuità circolare. A tratti diventa una emanazione infernale che copre le urla di Maurizio Sarri – mai contento – e porta alla disperazione calcistica Gigi Delneri. Ha una assiduità maniacale, Mertens, nel saltare gli uomini che si trova davanti, con una facilità che nasconde la sua dimestichezza. Un sudamericano entusiasmo accompagna i suoi guizzi, anche se è nato sotto la pioggia belga. Questa sottile trama che unisce due continenti fa di Mertens un calciatore dispari, capace di passare tra doganieri e difensori. E a furia di andare e tornare, penetrare in area di rigore e uscirne, in una continua vertigine che mette a dura prova la pazienza dei veronesi, dai e dai, ostriche e Champagne, Fares lo atterra, rigore, che poi Hamsik spedisce sul palo. Ma lui continua a recitare la sua parte, attratto da un ipnotico richiamo verso la porta di Coppola, e quando lo fermano, o finisce il campo, sorride, con le mani nei fianchi, quasi a voler far riposare l’ingranaggio meccanico che lo anima e muove. Il tempo di respirare, poi si rimette a macinare palloni sulla sinistra, per Hamsik e Callejon, in mezzo, continuando l’impresa di incidere il suo nome sulla partita. E così vola via ai suoi marcatori, che lo maledicono mentre pedala veloce, ormai, cambiando anche fascia, e prendendosi il lusso di mettersi a tirare da lontano. Insolente, tira fuori la lingua in funzione delle telecamere quando sbaglia, e alza la mano a chiedere scusa, per l’ennesimo abuso. Il suo è composto cinismo, questa partita, subito chiusa, è una occasione per sfrenarsi in totale libertà, mettendo in pratica tutto il catalogo di giocate possedute. Ogni dribbling è una verifica di sé e una dimostrazione a Sarri dei numeri possibili, ogni discesa è un divertimento ma anche un voler consumare parte della ferocia candida che lo abita, anima. È un esercizio il suo, in una partita senza tensione, uno sperpero per riprendere fiato, tritura avversarsi e consuma gesti e metri per riprendere fiducia, dire e dirsi: son qua, sono tornato. Non vuole lasciare un istante, non è solo una rozza questione di impegno – richiesto in modo ossessivo da Sarri –, no, c’è dell’altro, c’è un sotterraneo coraggio che si mescola all’estetica che corre tra la linea laterale e quella di fondo. È il vizio del gioco, che lo costringe a rialzarsi e a cercare il frammento di giocata che resta negli occhi e nella memoria di chi lo guarda. Arrivando a voler piegare ogni pallone al suo volere, cercando di spedirlo in porta a proprio nome. Tutto questo fino al limite dell’egoismo, fino a un istante prima dell’autodistruzione, oscillando tra schemi, tattica e desideri. Mertens è così, dondola tra gli ordini eseguiti e quelli dimenticati, finiti sotto la sua tempesta di calcio.

[uscito su IL MATTINO]

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