Marek “Hamlet” Hamsik

Ogni rigore sta tra un duello western e una opera teatrale, per questo è il gesto più studiato del calcio, e per questo «non esiste un rigore senza passato»,  come scrive Ben Lyttleton, autore del vangelo “Undici metri”, il libro da regalare a Marek “Hamlet” Hamsik per Natale. Ha due settimane per leggerlo, recuperare e acquisire i trucchi e le storie spalmate dal giornalista inglese in quattrocento pagine. Dovrebbero leggerlo anche i tifosi che già esultano quando l’arbitro vede il fallo e concede il rigore. Ma partiamo dall’inizio, dalla partita di Coppa Italia, dove “Hamlet” Hamsik era chiamato a sciogliere il suo nodo dagli undici metri, avendo la possibilità di piazzare il pallone in sette metri e 32 centimetri di larghezza per due metri e 44 d’altezza, ma sbaglia. Il Napoli vince e tutti abbozzano con il mantra «è cosa ‘e niente», come spiega Valeria Golino in “Per amor vostro” di Gaudino. In fondo “Hamlet” Hamsik gode di una indulgenza perenne, che si trascina dietro più di Linus con la sua coperta. Infatti a Bergamo De Roon toglie con la mano il pallone dalla testa di Higuain ed arriva il secondo rigore in pochi giorni, l’attaccante argentino lascia il pallone ad “Hamlet” Hamsik, che può rifarsi. Destro violentissimo, sbatte sotto la traversa ma supera la linea di Bassi (spiazzato) e rimbalza fuori, gol col brivido, non un rigore memorabile ma gol dopo quattro mesi, con l’aggiunta della forza che piega il dubbio. Tutti hanno pensato sotto i loro cappelli: «bene, la ragione ha travolto il sentimento “Hamlet” Hamsik è uscito dalla sindrome Martin Palermo» (in Argentina si studia a scuola, tre rigori sbagliati nella stessa partita). I ricordi si accavallano, l’Atalanta pareggia, e il Napoli fa i conti con i fantasmi. Poi Higuain segna, e risegna, la seconda volta lanciato proprio da “Hamlet” Hamsik. Tre a uno, clima disteso, tanto che Mertens la gira come se fosse in cortile, Paletta lo stende: rigore. Che è «morte o gloria, senza niente in mezzo» scrive ancora Ben Lyttleton, nel libro da regalare al Napoli a Natale, altro che cinepanettone e cena collettiva, è nei libri che stanno ancora i segreti del mondo. Purtroppo “Hamlet” Hamsik non l’ha letto, ed è anche slovacco, mentre gli ex fratelli cechi dicono che non hanno mai perso ai rigori perché il soldato Švejk di Hašek sa improvvisare. A questo punto va aggiunta una nota al libro di Lyttleton: anche la geografia influenza i rigori, bastava stare dall’altra parte di una nazione divisa per non ereditare nel dna l’errore dagli undici metri. Ma tutto questo “Hamlet” Hamsik non lo sa, quando riposiziona il pallone sul dischetto, non sa nemmeno che oltre la storia, la geografia, i western e il teatro, occorre costruire il contesto (è richiesta la conoscenza di Sciascia) esatto. Il capitano del Napoli non fa nemmeno appello ai suoi nervi, la partita sta finendo, la squadra ha vinto, deve segnare solo per dirsi che tra essere e non essere un buon rigorista è meglio la prima, ha tutto dalla sua parte, tranne il passato e la mancata lettura del libro di Lyttleton, e calcia come Baggio a Pasadena, alto, “o dentro di sé” (secondo la lettura di Enzo Jannacci). Uscendo dalla fase Martin Palermo ed entrando in quella Asamoah: promise a sua madre di non commettere più errori, che invece commise. Ovvio a Napoli tutto viene cannibalizzato dal lotto e dall’oralità del racconto più che in Ghana, e quindi “Hamlet” Hamsik più che rincorso, è studiato per essere declinato in ambo, terno, quaterna ed eventuale cinquina, trattandosi di una storia dalla fitta trama. Una sorta di consolazione rispetto agli errori e alle perdite. Il lotto è la rete per il trapezista che cade e il rigorista che sbaglia, e questo no, non lo aveva previsto nemmeno la Bibbia di Lyttleton.

[uscito su IL MATTINO]

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