Insigne, Federer e Woods uniti da un tiro solo

Con l’armonia di un ventaglio Higuain apre a sinistra su Callejon che a volo la tocca per Insigne: rimbalzo rapido del pallone e tocco solenne con destinazione imprendibile per Padelli. Gol. Una palombella che chiude uno scambio guardiolesco, che da Barcellona a Monaco piove nella porta del Torino. Bisogna tirare per la maglia Neymar, allungandola dal Camp Nou al San Paolo, per raccontare Lorenzo Insigne e il suo tiro. Ancora un mucchio di cose da imparare, ancora un passato da dimenticare – quello fuori da campi – che riemerge quando il pallone non gira, i suoi reiterati tentativi di imporre un coattismo caratteriale che forse non perderà mai, per il resto bisogna raccontare la solennità del tocco, la capacità tecnica e immaginativa di andare oltre l’idolo Del Piero, e i suoi tiri a giro. Sposta la geografia di riferimento, una azione così, va oltre la trama degli schemi di Maurizio Sarri, si libera delle consuetudini e ubriaca gli occhi. È un gesto che si può sceneggiare, e in una metamorfosi si può vedere la racchetta di Federer e prima la delicatezza del suo polso, sostituire il destro di Insigne, apprezzando la sottile suspense che si crea mentre la palla sale sulle teste e poi cala in porta. È un gesto che si avvita agli occhi e che si può immaginare come un tiro di Tiger Woods, guardando la gamba di Insigne che diventa mazza da golf, e lasciare che il suo tiro lampeggi sulle facce di chi lo guarda consumare stupore e finire in porta. Oltre l’incanto di vedere una azione simile con un gol da reliquia, Insigne fa di più, nel momento peggiore del Napoli, dopo il pareggio del Torino, disegna un corridoio tra le ombre della difesa di Ventura lanciando sulla sinistra Hamsik in porta che, lontano dagli undici metri, non sbaglia. Segnando nella sua trecentesima partita in serie A. Per Insigne: otto gol e sei assist decisivi, numeri che citofonano Antonio Conte. Il resto sono dribbling e piroette con il pallone inchiodato ai piedi, muovendosi in una perfezione rotonda di movimenti e scambi, lanci e stop, tutti a beneficio di una supremazia calcistica che va a corredo del gol. Dondola tra gli avversari, imponendo il suo vizio: fare e disfare e strafare. Poi, su punizione, si regala anche una traversa, provando a palpare la gloria tutta in una sera e a metterla in cornice. E quando sembra inarrestabile e necessario, arriva, invece, la chiamata in panchina che gli concede Sarri, che lascia esplodere tutta la gratitudine dello stadio. Urla e applausi che gli trasferiscono tutta la voglia e le aspettative che pesano sui suoi piedi. Quello che non sa è che in sere così, con gol come i suoi, che nasce l’immedesimazione, che il suo nome si tatua nei desideri di chi gioca a calcio ed ha un cannibalistico bisogno di esempi. Un processo imitativo potente, una volontà popolare che lo salva dall’indistinto, lo tira via dalla massa calcistista, consegnandolo all’epica, al canto, alla storia. La sua capacità di creare stupore attraverso i tiri, la sua specializzazione nel tentare giocate che escano dalle acconciature del quotidiano, la forza di regalare al pallone fughe dalla normalità, ne fanno una tasca nella quale pescare e trovare capogiri calcistici, possibilità fiabesche, speranze a pioggia, instanti interminabili di bellezza. Per questo bisogna proteggerlo da se stesso, dai fasti dell’ego, e dal lacrimoso sentimentalismo che abita la città.  Insigne prima di essere un calciatore capace di tutto, è una fragile infrastruttura da tutelare e difendere. Rassicura la mobile identità napoletana, rende in calcio quello che è la città che gli sta intorno, la frammentata dispersione della bellezza posseduta. Bisogna maneggiarlo con cura, prima ancora di farne un pastore da aggiungere all’affollato presepe degli eroi. Ha ancora tanto tempo ed errori da compiere, prima di assomigliare al calciatore che lascia vedere un gol come quello segnato al Torino. Abita ancora la periferia del successo e delle vittorie, si muove ancora nella penombra dei grandi calciatori, per questo bisogna gratificare la sua innocenza e aspettare la sua maturità.

[uscito su IL MATTINO]

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