Un anno di Riso Avaro

Woody Allen ha scritto e scrive con una Olympia portatile, una macchina tedesca, pagata 40 dollari, che molto probabilmente gli sopravvivrà. Scrive e poi ritaglia e incolla, spilla e appiccica, creando dei dattiloscritti che sono ritratti, prima ancora di essere mondi stratificati. Me ne sono ricordato guardando il lavoro di Marco Gaucho Filippi, di cui salta subito agli occhi l’attenzione per il dettaglio come conquista di stile prima ancora che di ironia. Ovviamente è molto più figlio di Massimo Bucchi che di Woody Allen – che qui è scomodato per una doppia valenza: padre dell’ironia raffinata e scrittore meccanico nonostante la sua contemporaneità con la Apple –, il mio pensiero associativo li ha messi insieme per via del percorso di scrittura praticato per raggiungere quel punto che ci fa salire le guance e che per brevità diciamo sorriso. Vedo armeggiare Filippi per riuscire ad ottenere l’immagine che racchiude un fatto, un giorno, un evento, montando e smontando – proprio come Allen e i suoi fogli gialli tenuti dalle spille argento – la realtà se non per capirla almeno per leggerla di lato. Entrambi hanno bisogno di un percorso di rimasticazione del quotidiano per poi separarsi nella restituzione. La graficità o l’estetica di umorismo e pensiero di Filippi è tutta giocata nel salto di una sillaba, di una parola, di un oggetto, riscrivendo e rivestendo quello che ci sta davanti. Passa da Gaber e arriva ai manifesti di Hollywood, senza mai toccare la geografia della volgarità. È questa la sua forza. Riscrive il presente, ferma il momento decisivo, alla ricerca di un editoriale per immagini più che di una semplice vignetta, che racconti l’errore, la caduta o persino la bellezza di quello che ci attraversa, sovrasta, condiziona. Il risultato è una sequenza surreale che ci restituisce i fatti – non il sogno di un cane come si augurava Woody Allen – seppure in digressione, in calembour o in ridisegno ipercolorato. Marco Gaucho Filippi agisce lavorando di fino, in levità, perché sa che ci vuole poco per alterare il reale, quel poco che basta per mostrare le incongruenze di un politico, l’assurdità del potere, la singolarità di un fatto di cronaca.

 

 

[questa è la mia introduzione al libro di Marco Gaucho Filippi che potete compare e vedere qua]

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