David Bowie, profeta

A volte non si sentiva una persona, agli attori succede. A volte stava fuori da sé, altre fuori dal rock, ma non ha mai smesso di procurare stupore. Era capace di essere quello che gli veniva voglia di essere: elevandosi o trasformandosi fino ad allontanarsi da tutto quello che gli altri riuscivano a immaginare, riuscendo a non perdere mai di vista la musica, il suono. La sua forza è tutta nel non banalizzarsi. Aveva la voce intonata al proprio sogno: che poi era un altro mondo, il resto era scena, metamorfosi continua per arrivarci. Muovendosi nel quadrato Londra-NewYork-LosAngeles-Berlino ci ha cambiato. Warhol – sul quale poi scrisse una canzone – lo vedeva come uno col quale competere e questo spiega una parte della sua opera. Lui si considerava un narratore, e questo spiega come era difficile incastrarlo, dargli una didascalia. Ma non divenne mai una maschera, e questo spiega la sua inquietudine oltre alla capacità di non lasciarsi dare una biografia ma di immaginarne diverse. Ch-ch-ch-Changes. Poteva mimare quello che cantava e cantare quello che non sentivamo né vedevamo. Metteva accordi nei punti inaspettati e proiettava se stesso in storie nuove, che andavano dallo Spazio a Detroit. Era capace di dilatare il tempo, e la terra, con eleganza, facendo sembrare tutto semplice. Aveva una dote che è mancata a molti della sua generazione: la gioia della musica, che non è la forza di far casino, ma la capacità di far sentire il vuoto che si colma, quell’attimo nel quale vinciamo la morte e la scavalchiamo, succede raramente ma succede. A sentire le sue canzoni capisci che faceva realismo magico ma era un realismo magico diverso da quello di uno come Gabriel Garcia Marquez, lui lo applicava allo Spazio e al Tempo e non alle persone, così potevi vedere Marte alla fermata della metropolitana, Saturno nella tua stanza, e via così. Mescolava Topolino e la provincia, l’Inghilterra, l’America e l’universo, con una consuetudine che lo rendeva credibile. Come ci riusciva? Attraverso i dettagli: accordi, parole e look. Si potrebbero scrivere saggi partendo solo dalle sue scarpe, e poi via via passando dalla sue tutine, da come teneva la chitarra e arrivare ai tagli e alle pettinature che si sono avvicendate sulla sua testa. Ma questo lo farà Nick Hornby. E poi continuare sull’uso del corpo, ma lo avete visto mentre ancheggia? Lo avete visto muovere le gambe e ballare con le mani in alto? Capite che c’è Elvis in quel gesto ma c’è anche la carica innovativa – che nessuno pensava di aggiungere all’innovazione Elvis –. Lui coniugava la liberazione del corpo ad opera di Elvis con la liberazione della mente ad opera di Bob Dylan. E tutta la sua carriera, ogni singolo disco è un continuo avviso di quello che verrà. Più che un marziano era un profeta, sarebbe bello scrivere un Vangelo che ne raccontasse vita opere e miracoli: creando un mondo alternativo (musicale). E per fare quei miracoli ha sempre scelto bene gli apostoli – l’altro libro da scrivere è sui musicisti che si tirava dentro i dischi, quelle scelte andrebbero studiate dai procuratori di calcio e dagli operatori di borsa –. Per il resto gli bastava guardare Lou Reed e Iggy Pop e masticare. Non era un semplice aggregatore o un ladro – lo so che lo avete pensato –, piuttosto uno che guardava a orecchio e poi spostava il tiro, andava avanti, così avanti da rendersi un dispari. Tutti abbiam impiegato degli anni per andare dietro i suoi artifici e solo ora che proviamo a storicizzarlo capiamo realmente la sua altezza. Intanto lui giocava, inventandosi la meta-rockstar, colorandone l’immagine, uscendo ancora una volta dalla consuetudine, con la semplicità di piccoli gesti supportati da un suono meraviglioso. Poi c’è il magnetismo: era una rock star e lo sarebbe stata anche davanti a un camino con una chitarra, capito questo si è proiettato in una rock star alternativa: Ziggy Stardust, che diveniva la somma di un processo naturale e uno artificiale, generando il cuore dello spettacolo. Ditemi che non è un miracolo sommarsi sdoppiandosi e via così. Essere una superstar che vive da superstar, recitando-si. Generare un personaggio per ri-trovarsi. Lo so è Pirandello a colori con la cresta rossa e il basso, ma è questo. Unì Hollywood e Woodstock. È una specie di Mosè che non solo apre il Mar Rosso ma ci suona e balla. C’era il gioco, l’invenzione e la letteratura scritta nella realtà. Dentro un personaggio androgino potevano proiettarsi tutti, e proiettandosi renderlo un dio o qualcosa del genere. In lui si poteva riconoscere chiunque anche se non era vero, proprio come in dio. Si annullavano le sessualità, in una sospensione che non era ideologica ma ludica. Una rivelazione. E mentre il mondo dei ragazzi e delle ragazze stava ancora lì a decifrarlo, uccise il personaggio. La sua specialità era allucinare, creare manifestazioni a ciclo continuo, renderle persino reali nelle esibizioni e poi cambiare. Non c’era confusione ma progetto, è questo che lo contraddistingueva. Diceva di essere una scatola di Lego, per questo poteva tirarci fuori di tutto e poi smontarlo. E così ha fatto. E mentre lo faceva si rendeva definitivo in quei momenti e poi tornava a dirsi che non c’era una sua definizione. Ch-ch-ch-Changes. A un certo punto decise che sarebbe diventato un cantante soul, ingoiò Harlem e poi la digerì. Lui bianchissimo – l’extraterrestre più bianco del mondo – divenne nero, complice Luther Vandross (provate a sentire “Right”). In pratica si mise a destrutturare il soul, facendo Derrida con l’anima dei neri. Portando anche loro nel punto di non ritorno dove aveva lasciato quelli che avevano amato Ziggy. Disse di sentirsi una mosca nel latte. Era così, ma nessuna mosca era stata meglio in un bicchiere di latte. Il paragone che si può fare è con Stanley Kubrick per le rivisitazioni dei generi, solo che lui era più veloce e ci metteva meno epica, bastava tirarsi indietro i capelli e cambiare genere, sciava, veniva giù veloce, non facevi in tempo ad ammirarne lo stile che già era andato. Così quando interpretò “L’uomo che cadde sulla terra” a tutti parve autobiografico, ancora una volta era una proiezione in una dimensione diversa con lo stupore a fare da coro in sottofondo. Convincendo tutti che era un attore, lo era fin dall’inizio, cambiava solo linguaggio, continuando a meta-narrarsi e a svelare segreti. Ma era solo in visita, nel mondo del cinema, e senza nemmeno dover rinunciare al colore dei suoi capelli, stupì, poi tornò alla musica. Intanto la sua algidità divenne moda da imitare, declinare, studiare. E per la prima volta una rock star recitava una parte drammatica, aprendo poi questa possibilità persino a Sting. Intanto si drogava, mangiando peperoni e bevendo latte (puro Vonnegut) e si appassionava alla musica tedesca – sì, in questo ordine – che uno si chiede ma quanti danni psichici si sarà procurato? Dimenticando che era capace di smontare e rimontare tutto quello che gli provocava interesse, fosse un genere musicale, un uomo o una donna. Studiava, sezionava, dilatava e dopo conduceva quel genere, quell’uomo o quella donna, nello spazio. Lontano da quello che erano stati sulla terra. Lo ha fatto a ripetizione, per tutta la vita. Rendendo naturale quello che non lo era. E quando arrivò “Station to station” nessuno riusciva a dargli una etichetta, ma intanto c’era un nuovo personaggio da amare: il Duca bianco, la sua parte sottile. In molti pensarono che il suo era un riportando tutto a casa, invece no, di nuovo stava proiettandosi in un’altra storia. Ch-ch-ch-Changes. Questa volta lasciava fiorire tutta l’eleganza che aveva dentro, metteva in ordine l’estetica: almeno secondo un canone conosciuto, ma scombinava ancora il genere musicale, portando la somma di sé nel suono e nel canto piuttosto che nel personaggio. Si poteva intuire che temesse le sicurezze date fino ad allora, da quello che creava, per questo aveva il costante, fisiologico bisogno di tradirle, generando avventure nuove, muovendosi nell’ignoto e negli ambiti musicali che non gli appartenevano (avendo però capacità di adattamento e soprattutto di stravolgimento uniche), possiamo vederlo nel tentativo di mettersi a fuoco in una scena che ha pensato meticolosamente e quando questo avviene e la scena è perfetta, le immagini pure, la luce è una nuova luce, brucia il set. E riparte alla ricerca della nuova scena, delle nuove immagini e via così. Forse trovò la tranquillità per un breve periodo grazie a Brian Eno, che sarebbe capace di mettere in ordine persino la Striscia di Gaza. Si incontravano due personalità: una inquieta e l’altra in-quiete. Insieme cercavano una nuova percezione, in fondo era quello che facevano da separati anche se con modalità diverse. Il risultato fu “Low”, il blues senza blues. Risolse in disco quelle che erano le sue difficoltà nella vita. Canoni innovativi ma sentimenti comuni a quel genere. C’era la vita comune ma attraverso il suo sguardo. Era Raymond Carver che si mischiava a Brian Eno e schizofrenicamente disegnavano la sua vita. Infatti risultò alieno, perché era differente. E si mise a girare in bici per Berlino – ancora aspettiamo la Yalta che lo collochi giustamente tra Kohl, Gorbaciov e Wojtyla. La Germania fu la sua clinica, si disintossicava e scriveva il resto del nostro futuro. In quegli anni telefonò a Robert Fripp, in regia aveva sempre Eno, ad allenarli Tony Visconti (che baciando Antonia Maass sotto i suoi occhi, mentre scriveva, generò anche i versi della seconda strofa di “Heroes”), e il risultato fu la colonna sonora eterna per ogni evento sportivo, come prima aveva depositato quella per le ribellioni. La chitarra di Fripp diventava il mezzo attraverso il quale ci diceva come vincere, alzarsi e andare. Quel suono può convincere chiunque a fare qualunque cosa, a lasciarsi alle spalle questo e pure un altro mondo, per dire: Sparta non sarebbe scomparsa se lo avesse avuto/ascoltato. Se non ci sentite tutta la classicità dell’era greca, e delle battaglie di allora, spiegatemi come mai funziona ad ogni Olimpiade? Era l’inno di una rinascita, la sua, prendeva coscienza che anche senza droga poteva essere il migliore. Cambiava dentro, in questo nuovo giro di vita. Ch-ch-ch-Changes. Questa volta mise in vetrina se stesso, o comunque la parte più profonda di sé che poteva essere mostrata, di un altro si direbbe che quello era il cantante acqua e sapone, ma non si può perché era lui, e quindi non assimilabile. Sceglieva una dimensione identificabile come normalità, si metteva in modalità limpida, lasciando intra-vedere una verità. Non è un caso che questo periodo coincida non come una maturità, era già maturo prima, ma con una consapevolezza, alla quarta anzi quinta vita generata, poteva essere un po’ anche se stesso. Dopo aver rivoluzionato la musica e il suo mondo ad una velocità ultraterrena, variando invece di capitalizzare e fossilizzarsi, riuscendo nell’impresa di essere il collettore di una generazione senza la compostezza del ruolo, con una classe che andrebbe insegnata nelle scuole di politica, abbassava la guardia. Incanto e disincanto. Mettere e levare. Costruire e distruggere. E allora ecco con “Ashes to ashes”, il ritorno di Major Tom (altra proiezione, era in “Space Oddity”, dieci anni prima) il suo ri-perdersi nello spazio, e l’urlo di ricerca che lo precedeva ora gli sta dietro, adattando il passato al personaggio, proprio come in un romanzo, con ironia. Anche questa è una anomalia non si è mai visto collocare in due tempi un personaggio di una canzone, aveva un dinamismo, si muoveva fuori dal disco, nello spazio – of course –.  “Fashion” e teatro con “The Elephant Man” di Jack Hofsiss, torna a recitare o almeno lo dice senza nascondersi. Infatti è nudo o quasi, sulla scena, e recita da deforme con una lingua distorta – lasciando intravedere tutta la capacità mimetica posseduta –. Talmente bravo da non rendersene conto o forse sì, annoverando l’esperienza come una delle tante da attraversare. Per tornare al mondo base, quello musicale. Tra isolamento e gioco, di nuovo (al punto Warhol ma con più sobrietà). Non finiscono le sperimentazioni ma comincia un tempo più commerciale, e si rimette a macinare generi: Pop, Dance (ovvio Let’s), Groove e Funky, arriva a quotarsi in borsa nel processo di spersonalizzazione o di proiezione massima, e dopo a girare ancora e ancora e ancora: “The next Day”, rock, colonne sonore per film (amo This is Not America) fino a un musical. Per capire la sua grandezza in entrata e uscita bisogna vedere a come gente tipo Mick Jagger o Paul McCartney hanno provato il salto tra generi riuscendoci male. Mentre lui, rimane insolito persino quando sembra essersi normalizzato, quando pare aver sbagliato. Da freddo dona calore a quello che mette in musica, è come se non avesse bisogno di mentire, la menzogna è in chi canta e non in quello che viene cantato. Facendo il lavoro che fu sulla carta di Fernando Pessoa: eteronimizzando in musica. Pessoa si muoveva tra le ombre, lui, invece, era la luce sulle luci. Alcune persone si perdono e basta, lui no, si perdeva per tornare a vivere. Questa la sua cifra, perché David Bowie è stato capace di non appartenere né di appartenersi: è vissuto mutando.

 

Ground control to Major Tom.

 

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3 thoughts on “David Bowie, profeta

  1. […] più di qualsiasi altra cosa, che lo si notasse. E col tempo si girarono a guardarlo tutti, Ziggy. Profeta, col suo magnetismo si destreggiava fra gruppetti super famosi, sottobraccio coi suoi amici […]

  2. […] specchio le sue tante facce da Amleto eroinomane a punk raffinato, un trasformatore continuo (con David Bowie a fargli sponda) che baciasse uomini o donne, che fosse giovane o vecchio, era comunque la nostra […]

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