Higuain, nove verticale

Higuain il doppio, adesso finalmente conosce se stesso. Dopo essere nato in Francia è cresciuto in Argentina; dopo aver giocato dietro le punte da ragazzo è diventato quell’autentico numero nove che macina gol, smentendo “illusioni, copiature e sbornie ideologiche sul falso nueve”, come ha scritto Gianni Mura; dopo aver deluso gli insaziabili del Real Madrid che gli preferivano Benzema e illuso gli altrettanto insaziabili argentini in Coppa America, ora ha trovato il suo centro di gravità permanente: in cima alla classifica dei marcatori con 18 gol in 19 partite di campionato, solo Aubameyang, del Borussia Dortmund ha fatto uguale. Il primo ad accorgersi di lui fu suo padre Jorge, un difensore di molte squadre, dal San Lorenzo al Boca Juniors fino al River Plate passando per Brest, in Francia, dove nacque Gonzalo. Ma a leggere le interviste sembra che la madre Nancy Zacarías, pittrice, stia dietro le sue visioni di gioco, altro binario che ci lascia immaginare Higuain come il “Mr. Nobody” di Jaco Van Dormael: tante vite, tante posizioni in campo, tante città, che sembrano essersi riunite nel momento del calcio di rigore contro il Frosinone. Un calciatore in transito, che prima si disperde e poi si ritrova, che è chiamato più di altri a scelte e scommesse, ma che poi scopre la sua natura, a Napoli. Possiamo vederlo ragazzino nel cortile di casa con il padre e il fratello, poi nei baby del club Palermo, su un campo ristretto e coperto dove giocava il Futbol sala (una sorta di calcio a cinque che gli permetteva di confondere i ruoli) prima di passare al vero calcio, con negli occhi il suo battesimo: «nel 1992, avevo cinque anni, mio padre vinse il campionato col il River e mi portò in campo con lui, da allora non mi sono più staccato». Si smarca dal mirino di una meningite fulminante – su tackle di sua madre – e dalla conseguenze di avere difficoltà nei movimenti. Il resto è adolescenza River Plate (che è casa sua, dove a volte giocava anche col dieci, e dove tornerà come Tevez al Boca), qualche gol e la ricerca del giusto ruolo ascoltando Daniel Passarella. Per capire cosa immaginava e come si vedeva allora, basta leggere la sua prima intervista da neo acquisto del Real Madrid – scelto da Fabio Capello – a El Pais, dove elencava i suoi esempi calcistici: Ortega, Gallardo, Salas e Francescoli, tutti passati per il River, e con il solo Salas vero attaccante. Si vive smarrendo ma tutto si ritrova, verrebbe da dire con l’ala destra Bruce Springsteen. Più avanti dirà d’inseguire la carriera di Raul e Van Nistelrooy, muovendosi a grandi passi verso la sua vera natura. Ci fosse da scrivere la sua biografia, potrebbe chiamarla “Nove Verticale”, per come si è mosso in avanti e per come ha alzato la testa verso la porta, in un dinamismo che ora schianta avversari e regala gol al Napoli. In mezzo a questo transito c’è Raymond Domenech che complice l’oroscopo o meno, lo vede giocare al River Plate e cerca di portarlo nella sua Francia, senza riuscirci. Higuain si invola sulla sinistra di Buenos Aires, risale l’oceano fino a Madrid, dove viene confuso da Schuster: per lui non è un centravanti, valorizzato da Pellegrini, non visto da Mourinho, poi corteggiato da Benitez e Wenger: il Napoli e l’Arsenal, due mondi. Sceglie il Napoli, invece del club inglese, e ora – chissà – ci sarebbero un mucchio di articoli di Nick Hornby su di lui, delle canzoni con rime migliori ma nessuna possibilità di essere l’eletto. Anche perché il Morpheus che lo ha portato ad essere l’eletto si chiama Maurizio Sarri, trasformando nell’uomo dal tocco in più, nell’attaccante che svetta nel campionato italiano e portandolo ad essere tra i migliori del calcio internazionale. È Sarri che lo toglie dalla condizione di doppio: un calciatore ancora troppo indolente, che sa per istinto che è grande ma lavora poco per consolidare quella condizione. Che entra ed esce dal suo vero ruolo senza trovare se stesso. È Sarri che ha sciolto la sua solennità – che diveniva una isterica dittatura di smorfie e urla appena girava male – in una pragmatica continuità di tiri e gol, ha portato la sua lentezza da treno a vapore con corredo di sbuffi e fermate nelle stazioni sbagliate, in un treno ad alta velocità che non si ferma mai. E ora in modo diverso Higuain può fare quello che a Napoli ci si aspettava da Lavezzi prima e Cavani poi, quello che in una semplificazione trascendentale potremmo chiamare: uccisione del padre. Dove il padre è Maradona. È una uccisione per vittorie, che libererebbe Diego e Napoli dalla nostalgia, concedendosi un presente, smettendo di girare con la testa al passato e costringendo anche i nuovi cronisti a un lavoro di riscrittura, abbandonando la circolarità maradoniana. Higuain ha questa possibilità, che non significa anteporsi a Maradona ma mettersi in scia, che non significa sovrapporsi ma continuare. Trovando se stesso, Higuain trova Napoli, e trovando Napoli trova questa missione. Metà della sua carriera è stata condotta da doppio, adesso che è Uno: può finalmente godersi la condizione e pesare nella storia del Napoli. Applicando la sua straordinaria originalità, ponendo fine all’attesa del mistero gaudioso.

 

[uscito su IL MATTINO]

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