Dagli ombrelloni all’Europa

La triangolazione che porta Eusebio Di Francesco dal campo alla tribuna e poi alla panchina, racconta il suo distacco e dice il contrario rispetto al verbo sacchiano che adotta in campo: corti e intensi. Invece lui, sembrava un fiume che temeva di diventare mare. Aveva chiuso col calcio – ultima stagione a Perugia –, non pensava di allenare, ma era il cattivo del centrocampo (il buono era Tommasi) di Fabio Capello nella Roma che vinse lo scudetto nel 2000-01, davanti c’erano i belli Batistuta e Montella, e Rossella Sensi insieme a Francesco Totti – che aveva diviso quattro anni con lui in poco spazio – si ricordarono del centrocampista e quando si trattò di scegliere un dirigente affidabile lo chiamarono. Durò poco, scelse la “Stella d’oro”, niente a che vedere col calcio, uno stabilimento balneare a Pescara: metteva in fila ombrelloni – senza nessun modulo –, puliva la spiaggia, si godeva l’Adriatico, aveva persino smesso di seguire i risultati delle partite. Si era voltato da un’altra parte, quella sbagliata. È stato il calcio ad andare a riprenderselo, per fortuna. Perché del calcio era figlio, suo padre amava il campione portoghese Eusebio per questo lo battezzò, segnandogli la strada. Al massimo poteva salire in sella a una bici – l’altro sport che suo padre Arnaldo amava, e lui per un periodo si allungò in diagonale tra la bicicletta, il calcio e il ristorante-albergo di famiglia a Sambuceto. Fino ai 15 anni dribblava i tavoli con i piatti in mano, poi il calcio l’ha chiamato, e dopo l’ha risucchiato, come Terminator risucchia le sue particelle e si ricongiunge al proprio corpo, quando ormai sembra aver cambiato stato. Il presidente della Val di Sangro lo  riportò in tribuna come direttore sportivo della sua squadra, se ne andò cinque mesi dopo perché non condivideva l’esonero di Danilo Pierini (ora con lui a Sassuolo). Il resto lo fece il Pescara che gli affidò il settore giovanile, lui si convinse, studiò – è un autodidatta, ha solo la terza media ed è il suo maggior rimpianto, ma legge moltissimo e si sente quando cita Jorge Valdano – a Coverciano dove scoprì che gli piaceva allenare:  una tesi sull’attacco nel 4-4-2 e una di psicologia sul ruolo degli amici e della famiglia. Sommate le due tesi spostate un uomo in più davanti e avrete il suo Sassuolo. Ma prima ci son state Pescara e Lecce. A Pescara ha avuto la sua prima gioia con la promozione dalla B alla A, a Lecce il primo dolore che poi è la svolta. Era nel momento di vuoto e non gli apparve San Giuseppe da Copertino per insegnargli a volare, lo chiamò Zdenek Zeman per dirgli come un Kerouac nel deserto: «Quando saprai quello che vuoi, diventerai allenatore». E lui lo prese così sul serio da farne un dogma. Zeman era stato il suo punto di partenza, il riferimento maggiore e poi il maestro da mangiare in salsa piccante, tanto che oggi Di Francesco prova a smarcarsi – con classe, ma lo fa – dalla figura dell’allievo. «Devo molto a Zeman in termini di cultura sportiva e del lavoro, abnegazione, rispetto delle regole. Gli ho rubato qualche idea in attacco, ma non sono uno che scimmiotta». Si è declinato, ascoltandolo. A differenza di Zeman non aggredisce sempre ma concede delle pause alla sua squadra e agli avversari, ma da lui ha preso l’ossessione per le verticalizzazioni da hockey su ghiaccio. Ha radicalizzato il 4-3-3, adesso sa quello che vuole fino al punto di essere stato capace di riprendersi il Sassuolo dopo un esonero lampo che vide succedergli Malesani. È con gli strappi che si cresce, lui ne ha guadagnato credibilità e anche un rigore che traspare in conferenza stampa, associato alla voglia di migliorarsi: «La cultura è libertà, e un giocatore colto apprende più rapidamente». Ora il suo presidente – un po’ scherzando un po’ no – Giorgio Squinzi – che è un esperto di ciclismo – gli chiede lo scudetto, Berlusconi andò ad omaggiarlo negli spogliatoi di San Siro, da tutti viene indicato come il futuro degli allenatori italiani, intanto batte le grandi – citofonare Mancini, Allegri e Sarri – gioca e diverte. È probabile che porterà il Sassuolo in Europa, intanto l’ha portato via dalla zona salvezza: «Siamo al terzo anno di A, qui facciamo ancora le conferenze in piedi, siamo piccoli, stiamo crescendo un po’ alla volte, servono equilibrio e continuità. Non siamo una favola: vogliamo essere una bella storia». A guardare i risultati c’è da credergli e fidarsi. Come tutti quelli richiamati al dovere: da San Paolo in poi, rischia di diventare fondante. Ora è capace sia di architettare manovre che di suscitare passione e a differenza degli altri ha già un posto dove tornare.

[uscito su IL MATTINO]

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