Montella: Ulisse napoletano che non riesce a tornare a casa

Vincenzo Montella è l’oltrenapoletano, al quale è sempre mancata Napoli. Gli è stata sottratta dalla giostra che governa il calcio: presidenti, procuratori, allenatori, squadre. Forse a lui “aeroplanino” quella distanza è servita per crescere, guardare dall’alto la sua nazione gli ha dato la possibilità di liberasi dai difetti. Era sempre sul punto di tornare, poi no. E intanto andava lontano, ogni tanto uno sguardo quando tornava dai suoi, e dopo ripartenze, altre squadre, mai quella della sua città. Napoli lo attirava ma il suo destino di Ulisse pallonaro lo ha sempre portato a girarle intorno, bordeggiarla senza mai rimanere. La vede da Castello di Cisterna, dove nasce, poi da Empoli, Genova, Roma, Londra come calciatore; da Roma, Catania, Firenze e Genova ancora, senza mai rimpatriare. Da calciatore quello che era quasi riuscito a portarlo al Napoli fu Zeman ma trovò Sensi ad opporsi, da allenatore il tentativo lo fece De Laurentiis ma i Della Valle non avevano ancora fatto la svolta portoghese, in mezzo Fabio Fazio a Sanremo lo inventò padrino di Maria Nazionale tra fuorigioco e fiction, ma ora è il caro nemico, quello da battere. L’Alchimista Montella mescola alto e basso: «Spalletti per come preparava le partite, Capello per la gestione dello spogliatoio, Eriksson per la completezza. In realtà poi ho cominciato prendendo in prestito il sistema di allenamento di Ancelotti»; è stato l’allenatore più emergente d’Italia, l’esempio da seguire per Renzi quando ancora giocava a uomo e non a zona come ora, quando ancora lottava per un posto nella segreteria del Pd e non in Europa come adesso. Una costante della sua carriera di allenatore è che quando sembra che stia per dare il meglio, che tutti gli elementi desiderati si siano uniti in una unica formula, zac, l’incantesimo si rompe e così arriva Luis Enrique a Roma, Paulo Sousa a Firenze. Sembra mancargli l’elemento stabilizzante, e allora ricomincia dalla Sampdoria. Il punto in comune delle sue squadre è la centralità dell’uomo assist: Totti a Roma, Lodi a Catania, Borja Valero a Firenze, e ora Cassano alla Sampdoria. Il resto è ricerca di ampiezza tenendo il pallone, con la Fiorentina aveva raggiunto un ottimo livello, usciva come il Napoli oggi, con i terzini che salgono, i centrali che si allargano e il metodista che si abbassa. Una volta che Capello lo ha visto richiamare un attaccante che non tornava in copertura, ha detto: «Ora Montella capisce perché non lo facevo giocare: non tornava mai». E lui ha replicato, in conferenza stampa, marcando la differenza e anche la sua evoluzione da attaccante ad allenatore: «Se mi avesse anche detto dove andare, io sarei tornato a coprire. I miei attaccanti sanno perfettamente dove andare». Con la Sampdoria il lavoro è appena cominciato, e per ora tutto questo si è visto poco, il compatti sotto area è diventato compatti in difesa – fin troppo bassi con la Juventus –  anche perché deve salvarsi. Non è un integralista, cerca di capitalizzare quello che trova, e uno in viaggio, acquisisce velocemente, è attento ad ogni aspetto: dalla comunicazione al look, è il nuovo allenatore italiano, quello che legge, studia, e non colpevolizza l’arbitro. «Nel calcio l’unica verità la dà il campo. La vittoria è frutto del lavoro, la sconfitta degli errori commessi. Non ci sono alibi. Quella lezione ora vale anche per me». Vorrebbe raggiungere il grado di controllo totale che ha uno come Mourinho su squadra e spogliatoio, ma non è un tiranno, e nemmeno uno che si mette a fare il mozzo a bordocampo: «Urlare non è il mio stile. Sono timido, riservato, non mi piacciono le sparate, non le facevo da giocatore, non voglio farle da allenatore». L’altro dato è che Montella parte da lontano, da calciatore giocava in porta nell’Us San Nicola a Castello di Cisterna e il suo allenatore Lorenzo D’Amato lo spostò in avanti: «era il migliore, faceva il portiere e giocava benissimo con i piedi, in tempi non sospetti, quando fintò e dribblò un avversario capii che dovevo spostarlo in avanti, e così nacque l’attaccante». Anche in panchina si è seduto su richiesta: «Avevo ancora un contratto da calciatore con la Roma, mi chiesero di spalmarlo in più stagioni offrendomi altre opportunità. Scelsi di fare l’allenatore». Non sa stare in posa, legge Follett e Coelho, ma dovrebbe leggere “Malacqua” di Pugliese o scoprire Annamaria Ortese, prenderebbe meno gol. Il padre Nicola lo voleva falegname ma lui stava sempre col pallone come il Lupetto di Stefano Benni (“Comici spaventati guerrieri”), l’unica volta che gli mise in mano gli attrezzi, lui se ne uscì con: «mo’ e mai più». Aveva già cominciato ad allenare.

[uscito su IL MATTINO]

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