Intervista impossibile a Osvaldo Soriano, Johannesburg 2010

Osvaldo Soriano mi aspetta al ristorante “Pigalle” di Sandton. Calciatore, giornalista, scrittore argentino. Esordì con “Triste, solitario y final”. Dopo il golpe militare scelse l’esilio in Europa. In gioventù era stato il centravanti mancino  del Confluencia. Lo raggiungo in leggero ritardo.

«Cosa è successo: ti sei perso?»

«La città è bloccata, e tu hai scelto il posto più affollato».

«L’ho fatto per te, guardati intorno, ancora ci sono cameraman che girano, questo posto rischiava di diventare come il tunnel dell’Alma a Parigi per Diana, qui poteva morire Platini, la notte prima della finale mondiale, per un calciatore, come morire a natale per un comico».

«Stai parlando di Chaplin»

«L’hai detto tu».

«Se ti rallegra, ero qui l’altra sera, e ho assistito anche all’assedio del cameriere che ha soccorso Michel, se lo passavano come un pallone le varie tv, e il dettaglio divertente è che era balbuziente, quindi doveva parlare di corsa senza incepparsi e spesso tra ansie ed altro cambiava versione».

«In ogni tragedia c’è un’anima buffa».

«E in questo mondiale che c’è?»

«La normalità. Le due squadre in finale non sono perfette, in generale le prime quattro non hanno mostrato granché, anche se la Germania è quella che ha più futuro e direi che la partita con la Spagna è stato un errore di gioventù».

«È vero, poca classe, ma molte emozioni, pensa a Uruguay – Ghana e a Spagna – Paraguay, hanno avuto minuti di pazzia che facevano pensare al tuo rigore più lungo del mondo».

«Sì, la realtà fa giri lunghi ma poi scavalca sempre la finzione, se pensi anche che dopo molti anni finalmente chiunque vinca lo farà per la prima volta, che è sempre una doccia di stupore».

«Chi ti è piaciuto di più?»

«I due olandesi, Sneijder, uno che tutti vorrebbero a fianco in ogni squadra, poi ha la faccia dei marinai di Genet, e Robben, fa sempre la stessa finta come Garrincha, e ha la faccia triste disegnata dalla pioggia di Simenon».

«Chi ti ha deluso di più?»

«Il Brasile. Sembrava l’America in Iraq, potenziale strepitoso, buone intenzioni e guida sbagliata».

«E l’Argentina? Che avrebbe detto el mister Peregrino Fernandez, di Maradona?»

«Una squadra di jazzisti, senza tasti sulle note basse. Guidata da Charlie Parker. E, il genio è figlio, non può diventare padre, perché è già troppo occupato a dominare se stesso per preoccuparsi anche degli altri».

«La storia che ti è piaciuta di più?»

«Darius Dhlomo, calciatore, pugile, ballerino, e anche airone, mi è apparso da un muro, in una foto bellissima, felpone di lana, pantaloncini neri, e calzettoni bicolori: fermo in aria, che pare un airone, gamba sinistra in avanti allungata per colpire il pallone che sta per cadere, e gamba destra portata dietro per lo stacco, braccia aperte da Cristo, è il Mandela del calcio, peccato che l’abbiano dimenticato».

«E da sudamericano ti spiace che il mondiale sia europeo?»

«Certo, anche se l’Uruguay del mio amico Galeano (chiuso in casa per mondiali) ha raggiunto un risultato insperato. Le squadre sudamericane si sono tutte arrese alla loro parte più debole».

«Cioè?»

«La questione è ampia, un puzzle di difetti che formano il lato debole, dal compiacimento: è sempre stato così, se ti fermi a rimirarti gli altri ti fanno gol, al pronostico: se tutti ti danno per vincente ti convinci che non puoi perdere e ti culli, l’essere appagate: quindi non cercare mai lo sforzo in più. E poi c’è l’effetto Messi-a».

«Che non ha funzionato».

«Claro que no, Lionel è piuttosto un San Giovanni, dobbiamo aspettare ancora».

«Chi vince?»

«Se il mondo fosse giusto, l’Olanda, ma non lo è».

«Temo che tu abbia ragione, a proposito di Olanda, hai visto il quadro di Yuill Damaso? Ha rifatto la lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp di Rembrandt, ma al posto del criminale Adrian Adrianeszoon c’è Nelson Mandela».

«Il mondo sembra un freak festival, dove tutti diventiamo mostri, dominato da un solo apparente laissez faire, che va dalla musica alla pittura, e la nonchalance con la quale si può attingere dall’armadio delle celebrità ci fa credere tutti Dio».

[uscita su IL MATTINO il 6 luglio del 2010, dopo 4 anni ci davano del tu]

 

 

 

 

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One thought on “Intervista impossibile a Osvaldo Soriano, Johannesburg 2010

  1. […] della morte e la sepoltura che permette di scartare le cappelle. Alè. Da scommetterci che Osvaldo Soriano in quegli armadi di marmo con angeli, madonne, uccelli che ronzano intorno, non ci sarebbe finito. […]

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