Bartleby in panchina

Marco Giampaolo sta tra Ernest Mandel – l’ultimo grande teorico del marxismo contestatario – e il professore socialista che Marcello Mastroianni interpreta ne “I compagni” di Mario Monicelli. È il predicatore pessimista, lo straniero camusiano, uno che non appartiene al calcio italiano, eterno espulso che, però, ogni volta torna più forte e più deciso. Se non fosse così giovane si potrebbe dire che è un dinosauro, per quanto è avulso dall’orizzonte pallonaro. Ha rischiato di allenare la Juventus – che poi scelse Ciro Ferrara, era il 2009 –, ed ha rischiato di non allenare più dopo le dimissioni dal Brescia, anticipando il coraggio di Gasperini di qualche giorno fa: opporsi alla dittatura del tifoso. Andò via in silenzio, tanto che lo cercarono a “Chi l’ha visto?”, quella che fu scambiata per depressione, era una uscita di classe. Diceva: non ci apparteniamo. E alle urla degli ultrà contrappose il silenzio. E prima aveva detto no a Cellino che lo aveva esonerato e richiamato sulla panchina del Cagliari – nel tira e molla che lo accomuna a Zamparini –, Giampaolo rispose come “Bartleby lo scrivano di Melville”: «no, non vengo». Facendo prevalere la dignità e l’orgoglio sui soldi e i contratti. Per lui l’allenatore è un mezzo per attuare il progetto. Quando non si rispetta quel mezzo è inutile provare a costruire il progetto. Dopo la storia di Brescia, e avendo alle spalle la stagione di Siena che aveva portato l’interesse della Juventus, è sceso ad allenare in Lega-Pro, la Cremonese: se non è una scelta trotzkista ci manca poco, la bordeggia. Perché Giampaolo crede alla conoscenza, fuori e dentro il calcio. E crede in se stesso. È dalla Cremonese che la presidenza dell’Empoli lo ha riportato in A per sostituire Maurizio Sarri – suo amico e compagno di corso a Coverciano –: «Veniamo entrambi da un calcio minore. Non siamo stati importanti e ci accomuna anche il fatto di studiare, guardare, aggiornarci. Sarri ha fatto un grandissimo lavoro qua ad Empoli, io ho cercato di mantenere inalterate alcune cose che rappresentavano un valore aggiunto e poi ho cercato di integrare i nuovi, migliorare l’autostima». Giampaolo è stato un cattivo calciatore – è andata meglio al fratello Federico – per questo diventerà un grande allenatore. Quando non giocava sognava di farlo, quando prese a giocare sognava di allenare, ora che allena si diverte. Ha giocato – centrocampista – nel Giulianova, Gubbio, Licata, Siracusa, Fidelis Andria e Gualdo. Ma è uno che ha capitalizzato ogni incontro. «Sono cresciuto come calciatore con Giuliano Sonzogni un seguace di Sacchi ed è stato il primo allenatore. Successivamente ho collaborato con Delio Rossi al Pescara, che allora seguiva Zeman, infine Galeone, che è il prodotto di un calcio più spagnolo, capace di unire la qualità alla ricerca del risultato. Tre filosofie diverse, la quarta è quella italiana della marcatura a uomo, che non ho mai preso in considerazione. Quindi sono cresciuto con quelle tre identità differenti nelle quali mi rispecchiavo: una squadra organizzata in fase di non possesso palla; una squadra con idee in fase d’attacco; una squadra che avesse un’estetica di gioco. La sintesi è questa, ho preso qualcosa da tutti e tre, maturando un calcio che abbracciasse organizzazione, idee in fase offensiva e spettacolo». Figlio di un muratore, nato nell’andirivieni tra lavoro e non lavoro, in Svizzera, diploma di perito tecnico, una passione per il buon cibo: «gli stellati li ho fatti tutti. Mi manca solo il “Duomo” di Alba». È uno che lavora molto sull’umanità, si pensi a come ha rimesso in piedi Maccarone: «lo allenai a Siena a 29-30 anni. Ora a 37 anni, sta meglio. Il vizio del gol non l’ha perso, è un esempio, un vero uomo squadra». Come tutti gli allenatori veri sfrutta al massimo quello che ha, e lo dice senza strategie: «Ho cominciato pensando al 3-5-2, prima di sapere che Saponara restava. Poi son tornato al 4-3-1-2». È un lettore vorace – si sente in conferenza stampa –, il suo preferito è Sepulveda, “Diario di un killer sentimentale”, il cantante è Franco Califano, con lui divide il sigaro e pure la capacità di andare oltre l’isolamento. Non è uno che guarda il cielo per sapere se deve portare l’ombrello quando esce. È uno che esce solo se gli fa piacere. A modo suo sta dando una filosofia più umana ai campi di pallone, che richiede la schiena dritta, la dignità e un pizzico di trozkismo: per andare in direzione opposta al conformismo.

[le dichiarazione sono estratte dal blog “la voce del muro”, “Giornale di Brescia”, “Gazzetta dello Sport”, e “Repubblica”]

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Bartleby in panchina

  1. […] brevi lo ottiene. Un altro bravo è Gasperini che però ha un caratterino particolare. Bravo è Giampaolo. Come bravo è Spalletti». Che ormai sembra un patriarca. «Sembra un patriarca ma soprattutto mi […]

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