Insigne, simmetrica perfezione

Quando il tiro di uno diventa parte della memoria di tutti, allora è una punizione. A Napoli la comparazione è facile, la simmetrica perfezione che scavalca una barriera, evoca un solo nome, a volte due se segue dibattito. Perché le punizioni sono lo specchio dove si guardano i veri calciatori. La prova dove misurare il talento. Il nodo da sciogliere, che il più delle volte non si scioglie affatto. Per questo, ogni volta che Lorenzo Insigne segna un gol su punizione ne scioglie uno, avvicinandosi ai grandi: accorcia la distanza che lo separa da loro. Con la partenza di Andrea Pirlo i gol su punizione, nel campionato italiano, li segnano perlopiù Dybala e Pjanić, e tra gli italiani Insigne. Ovviamente si parla di punizioni a giro non della botta modalità Ronaldo, quello inferiore, Cristiano. Saper aggirare la barriera e non attraversarla è un privilegio di pochi, a Napoli subito si pensa a Gianfranco Zola e poi si scomoda Maradona, a Torino prima di Pirlo c’era Alessandro Del Piero. È un raffinato lavoro che qualcuno deve pur fare, o imparare, sempre con maggiore difficoltà. E che Insigne sa fare bene e imparerà meglio. Non è una certezza assoluta ma si avvia ad esserla. Deve lavorare ancora, ma ha il tiro segnato. Deve macinare tiri su tiri ma rischia una curiosa simmetria con il Dieci: non diventerà come lui ma può essere un profeta di quel calcio. È sulla punizione che si sublima la classe, è nella realizzazione di questa che si scolpisce la grandezza (calcistica). Chi tira le punizione ha una possibilità in più, esercita l’aristocrazia del tiro, si mette in un piano di superiorità e mette la sua squadra in una condizione maggiore di vittoria. Chi tira le punizioni ha un respiro differente, e questo ora lo sa anche Łukasz Skorupski, il portiere dell’Empoli, che non riesce a raggiungere il pallone alla sua destra che ha scavalcato, con una precisione da satellite, i suoi cinque uomini in barriera: Croce, Zielinski, Saponara, Maccarone e Paredes. Perché Insigne appartiene ai calciatori che scavalcano le barriere, gli altri o le eludono di lato o le attraversano di forza. Così per un sistema di specchi e nostalgie, De Laurentiis in testa pensa e dice: Maradona. Ma è Insigne, un’altra storia. Dopo anni di decadenza, con il solo intervallo di Zola, il San Paolo torna alle punizioni di un ragazzo che può rifare l’impresa, e aggiungersi come specialista. È probabile che Insigne non sia cosciente del fatto, che non riesca a comprendere fino in fondo di saper compiere un gesto che si sta facendo sempre più raro. Prima di quel gesto, la punizione che porta il Napoli sul due a uno, Insigne si era esercitato con un cross che sembrava una punizione, ma invece dell’angolo alla destra di Skorupski aveva come meta la testa di Gonzalo Higuain, che, ovviamente, era stato capitalizzato al meglio, segnando il pareggio. Poi c’è la punizione. Il resto è un Napoli troppo forte per l’Empoli di Giampaolo – che rimane molto bravo –. È nel momento di incertezza maggiore che la punizione diventa lo spartiacque, segnando risultato e partita. È un gesto doppio, di doppia bellezza e doppio risultato. Tutto quello che viene dopo è mancia per il tifo, statistica per il campionato, messaggio per la Juventus che insegue. Ma il nodo è la punizione. Trentasettesimo del primo tempo, quattro minuti prima ha segnato Higuain, un minuto prima Zielinski ha colpito con la mano un tiro di Hamsik. Fallo. A un palmo dal cerchio dell’aria di rigore dell’Empoli, alto sulla destra dello sguardo di Skorupski. Non ci sono dubbi su chi deve calciare. Lorenzo Insigne, un passo di rincorsa, e interno destro sicuro a cercare l’angolo alla sua sinistra. Un tiro che pettina la memoria e accarezza gli occhi di chi lo guarda, viene da lontano e scavalca la barriera dell’Empoli e quella del tempo. Una geometria fantastica, un tiro alla nostalgia che tocca la vertigine dei ricordi.

[uscito su IL MATTINO]

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